L’avvocato difensore diventato testimone

da Parma

Lo sguardo è sempre più cupo. Sono giorni che la ragazza bionda non sorride più. Attraversa il portone della questura, con la testa bassa e un passo rigido. Claudia Pezzoni è l’avvocato della famiglia Onofri. Ha 38 anni e conosce Paolo, il padre di Tommaso, da sempre: «Eravamo democristiani, io un delegato del movimento giovanile, lui tra i più grandicelli». È un legame forte, di complicità e fiducia. Claudia in questa storia è qualcosa di più di un’avvocato. È un’amica che vede cadere un uomo, un padre, nel fango, sommerso da un marchio d’infamia: pedopornografia. E sullo sfondo c’è il sequestro di un bambino di 18 mesi, di cui nessuno sa più nulla o capisce nulla. Claudia Pezzoni anche ieri si è seduta davanti agli inquirenti, insieme al suo cliente. Ha sentito il suo amico parlare, spiegare, urlare, dibattersi, salmodiare, tentare una via d’uscita. Lo ha consigliato, da donna con la toga. Poi qualcosa è cambiato. Gli inquirenti hanno cominciato a fare domande a lei e le hanno comunicato che era lì, davanti a loro, come persona informata sui fatti. L’avvocato è diventata testimone.
Claudia in questa storia non è protagonista, né vittima né colpevole, ma la sua amicizia con Paolo la rende una che potrebbe sapere, attrice non protagonista di un dramma dai toni ambigui e un orizzonte fosco. Lei in questi giorni ha cercato di spiegare ai giornalisti le ragioni di Paolo e di sua moglie: «Sono provati, come si fa a non capirli? Paolo si è confidato con me. Mi ha detto: “qui ci trattano come se fossimo i Franzoni”. Posso immaginare il motivo. Anche a me hanno fatto domande su di lui. Mi chiedevano se era teso, preoccupato. Io l’ho visto stanco, mai preoccupato».
Frasi che Claudia ha detto quando ancora aveva voglia di sorridere e di parlare. Ma da tre giorni lei vive nel silenzio. Al suo telefonino risponde quasi sempre l’autista. La ragazza ora sfugge, la situazione del suo cliente è pesante. Tre giorni l’hanno vista uscire dalla questura con il volto quasi in lacrime, voci parlano di un suo violento litigio con gli inquirenti. In città cominciano i sospetti, i discorsi da bar, le parole sussurrate. Chiacchiere da provincia, come in un romanzo di Alberto Bevilacqua. E in fondo lei l’aveva detto: «La parola interrogatorio genera automaticamente sospetto. È un riflesso condizionato».
Paolo, con quella cantina blindata e le accuse sul volto, è caduto davanti al mondo. Claudia è accanto a lui, come ultimo difensore, come persona informata dei fatti: un testimone con la toga.