L’azienda che dribbla la crisi vende tute anti-nucleari

CORBETTA È la Indutex: come clienti ha Cia, Boeing e pompieri: «Ora puntiamo alla protezione dei cibi»

Gas nervini, antrace, guerra chimica. Passata la sindrome da 11 settembre e scemata la fobia di un imminente attacco batteriologico resta, più lucida e razionale, la consapevolezza di quanto sia vasta e variegata la gamma di agenti chimici dai quali è necessario difendersi. Soprattutto per quelle categorie che, per professione, devono venire in contatto con queste sostanze. Da trent’anni a Corbetta, nel Milanese, esiste un’azienda specializzata nella produzione di capi d’abbigliamento monouso ad alta protezione nucleare, biologica e chimica. Si chiama Indutex ed è stata fondata nel 1977 da Mario Carlo Rossin.
Un battesimo del fuoco, quello dell’impresa, che come prima commissione ebbe la fornitura delle tute monouso utilizzate dagli operatori impegnati nella bonifica dei territori contaminati dalla diossina in seguito al disastro di Seveso del 1976. Da quel momento è un continuo impegno nella ricerca e nell’innovazione, che permettono alla Indutex di realizzare una gamma di prodotti sempre più diversificati e specializzati, tanto da diventare leader italiana e una delle tre maggiori aziende a livello mondiale del settore. Copriscarpe antinfortunio, camici chirurgici, tute protettive contro gas nervini, «scafandri», quelli utilizzati dai vigili del fuoco: i prodotti dell’azienda si rivolgono ai settori più disparati, da quello farmaceutico a quello chimico e petrolchimico a quello automobilistico e aerospaziale. Tra i suoi clienti oggi ci sono le forze armate italiane, il corpo nazionale dei Vigili del fuoco, la Protezione Civile italiana, la Polizia scientifica, diverse Asl, istituti zooprofilattici e centri antiveleni. A partire dagli anni Ottanta la Indutex ha iniziato a esportare in tutto il mondo, compresi gli Stati Uniti, dove fornisce, per citare solo due clienti prestigiosi, Cia e Boeing. In particolare, per la Boeing e per il settore aerospaziale, la Indutex realizza indumenti che evitano la contaminazione da uomo a componenti elettronici.
Dunque, clienti in tutto il mondo e nei settori più diversi, per i quali ogni anno l’azienda lavora 40 milioni di metri quadri di materia prima negli stabilimenti presenti in Romania, Tunisia e Moldavia. In tutto, un fatturato che per il 2008 si è aggirato intorno ai 26 milioni di euro e 1.500 dipendenti, di cui 30 nella sede milanese che si dedicano all'area ricerca e sviluppo, l’anima di questa azienda, guidata da Paolo Rossin, figlio del fondatore e titolare della Indutex insieme al padre. Un settore dove ogni anno si investono mediamente 300mila euro. «Siamo molto attenti alle esigenze dei nostri clienti, che sono sempre più specifiche - dice Paolo Rossin -. Attualmente ci stiamo impegnando nel settore alimentare per realizzare capi destinati alla protezione del processo di produzione dei cibi. Si tratta di una fase produttiva molto delicata, perché l’uomo è un eccezionale agente contaminatore e quindi riuscire ad isolarlo adeguatamente quando viene in contatto con gli alimenti è estremamente importante». Insomma tutti ambiti d’intervento delicatissimi e fondamentali per la nostra salute, anche se, nella storia dell’azienda, non sono certo mancate le richieste quanto meno bizzarre. Come quando qualcuno, dopo l’attentato alle Torri Gemelle, dagli Stati Uniti chiese ai Rossin se fosse possibile realizzare tute protettive per cani. Una richiesta declinata tra il sorriso e la stizza.
Ricerca, quindi, ma anche fidelizzazione di nuovi clienti, come i vigili del fuoco francesi e tedeschi, le carte da giocare per fronteggiare la crisi. Che, anche in un settore così specialistico e specializzato, ha allungato la sua ombra poco rassicurante. «La crisi ha portato una contrazione dei consumi. All’inizio di quest’anno abbiamo registrato un calo del 35% rispetto allo stesso periodo del 2008. È chiaro che se un’azienda nostra cliente licenzia o mette in cassa integrazione 200 dipendenti, questo per noi si traduce in un ordine con 200 tute in meno. Ecco perché dobbiamo sperimentare nuove possibilità, sia sul fronte dei prodotti che su quello dei acquirenti. In questo modo speriamo di iniziare a vedere un inizio di ripresa già in primavera».