L’azione franco-tedesca dà la svolta al vertice Ue

Alessandro M. Caprettini

nostro inviato a Bruxelles

Tony Blair esce di scena - e a quanto si dice a Londra, non solo dal palcoscenico Ue, ma a breve anche da quello britannico - con quello che si può anche definire un successo, viste le cupe premesse: dopo una convulsa notte di trattative riesce sostanzialmente a far «digerire» un discusso bilancio pluriennale (2007-2013), rimettendo in linea di galleggiamento il bucherellato galeone europeo grazie a qualche cerotto con cui lenire le altrui ferite e grazie alla rinuncia a parte del suo bottino. Ma nel momento in cui un leader appare ormai avviato sul viale del tramonto, la sorte vuole che se ne sia intravisto un altro che pare dotato di buon passo: Angela Merkel.
Grigia d'aspetto e a quanto pare anche d'eloquio, la Bundeskanzlerin ci mette poco per ritrovarsi a governare la scena. Trova l'intesa con Chirac in cui trascina pian piano spagnoli, italiani, austriaci e lussemburghesi. La sua chiave di volta per buttarsi alle spalle i veti contrapposti? Aumentare di un pizzico l'esborso dei 25 verso Bruxelles: dall'1,03% dei rispettivi Pil stabilito da Blair, all'1,045%; non è una soluzione che impone sacrifici drastici e con essa di raggiunge quota 862 miliardi di euro (+13 rispetto a quanto previsto dagli inglesi) con cui sarà più facile effettuare la distribuzione dei pochi pani e pesci disponibili per gli affamati soci della Ue. Non solo. La Cancelliera - che lunedì sarà a Roma ospite di Berlusconi - si batte per una soluzione che non penalizzi Blair ma che metta fine al congegno infernale che aumentava di anno in anno lo sconto inglese. Concordano con lei gli uomini di Zapatero. Disco verde anche di Italia, Francia e via via anche tutti gli altri, con le sole resistenze di Olanda e Polonia. Blair fa buon viso a cattiva sorte: aumenta da 8 a 10,5 i miliardi di euro cui rinuncerà di qui al 2013, ma soprattutto pare accettare alla fine la «clausola di revisione» con cui, di qui a qualche anno (2008 o 2009) si ridiscuterà l'intera struttura del budget: sconto inglese e politica agricola in prima battuta.
Difficile almeno stavolta entrare nel classico gioco del chi ha vinto, chi ha perso. Tutti ci hanno rimesso un po', tutti hanno guadagnato qualcosina rispetto alle prime ipotesi confezionate dagli inglesi. Anche l'Italia, che a un certo punto sembrava dover essere destinata a giocare il ruolo di Cenerentola, alla fine qualche elargizione l'ha ottenuta: difficile ancora fare i calcoli, visto che i riferimenti di base son tutti cambiati, ma dalla Farnesina si ipotizzavano 900 milioni di euro per lo sviluppo rurale che andrebbero in pratica a pareggiare la nostra situazione tra esborsi e incassi, rendendoci comunque secondi contribuenti netti nella Ue (eravamo terzi).
La soluzione individuata già nel pomeriggio, dopo una riffa di bilaterali di ogni tipo, non è che sia stata comunque digerita in tempi brevi. Ce n'è voluta, fino a notte fonda, per arrivare al placet. Sia per le crescenti aspirazioni all'incasso di diversi Paesi, sia per l'inflessibilità britannica nel voler difendere il rebate, che oltre Manica viene ritenuto poco meno del Santo Graal.
Alla fine, un sospiro di sollievo nonostante l'amarezza dei quelli dell'Est per un ingresso nella finanza Ue meno ricco di quanto si aspettassero, l'insoddisfazione dei vecchi soci per i tagli subiti, le perplessità di Barroso chiamato a valicare montagne di problemi con scarpette da ginnastica di pessima qualità (i soldi sono pochi). Ci si può stare? Secondo capi di Stato e di governo, sì. Anche se in lontananza rullano i tamburi di guerra dell'Europarlamento (che ha titolarità nella codecisione sul bilancio) che chiedeva di firmare all'1,30 di spesa e che ritiene già traditi i patti per il raggiungimento di molti ambiziosi traguardi. Ma si sa che spesso i ruggiti di Strasburgo, una volta fatti risuonare tutto intorno, al momento del voto si trasformano in belati d'approvazione.