Il Lìder, Cicoria, il Lupo e il Vice Ecco chi sono i «capibastone» che il segretario vuole bastonare

Gran capitano coraggioso Uolter: con un colpo solo - anzi, con una «bastonata» - è riuscito a bocciare senza appello l’intero gruppo dirigente che lo circonda, relegando inesorabilmente il Pd nell’archivio dei vecchi partiti, lottizzati dai signori della guerra e delle tessere. Che altro significa l’uscita coi giovani democrat, se non un lamento sullo stato presente delle sue cose, sulle correnti che lo imbrigliano e ne soffocano l’azione?
Non è certo l’astratto timore di un pericolo ipotetico e lontano, che gli ha fatto confessare pubblicamente: «Dirò una cosa che in politica non si dovrebbe dire, ma io preferisco perdere voti ed avere un partito sano e perbene piuttosto che avere dei capi bastone che portano voti. Voglio un partito sano e perbene, gli altri fuori».
Se è andato giù pesante, Veltroni? A parte che in un partito balena come il Pd, dove convivono anime contrastanti - ci sono laici e credenti, liberisti e collettivisti, postcomunisti e postdemocristiani, antiabortisti e libertari, pro eutanasia e pro accanimento terapeutico - le correnti sono un bene più che un male, realizzano il federalismo dei vasi comunicanti, ma ve lo immaginate Arnaldo Forlani dare del «capobastone» ai leader delle correnti Dc, a Carlo Donat Cattin e a Ciriaco De Mita? O Enrico Berlinguer insultare con quell’epiteto Pietro Ingrao e Giorgio Napolitano? Ma scendendo dalla prima Repubblica, come reagirebbero Ignazio La Russa e Gianni Alemanno, se Gianfranco Fini alludesse a loro come «capibastone»?
Gran bella «famiglia», quella che il «mammasantissima» stesso ha destinato all’estinzione con questa uscita. Involontaria forse, ma rivelatrice. E se v’è sembrata non del tutto coraggiosa perché senza nomi e cognomi, eccoli i «capibastone» che turbano i sonni di Veltroni.