Il líder Massimo con il vizio della ripetizione

Nel destino di Massimo D'Alema c'è una coazione a ripetere: trovarsi al posto giusto nel momento sbagliato. Ieri era certamente al posto giusto. Nell'aula del Senato sembrava lui il presidente del Consiglio, dominava la scena, presentava il piatto succulento della «sua» politica estera, quella che gli consentiva di vantare la fedeltà all'alleato americano a Vicenza e in Afghanistan e contemporaneamente di ricevere il consenso dei leader della sinistra più antiamericana che c'è in Europa. Aveva anche l'occasione di incassare, gratuitamente, il voto favorevole delle opposizioni. Meglio di Blair, di Zapatero, di Ségolène Royal, perfino di Hillary Clinton. Gli è andata bene per quasi tutta la seduta. Finché non è iniziato il momento sbagliato.
Si è ricordato di dover sottolineare la parola «discontinuità» con la politica estera del precedente governo, non ha resistito alla tentazione di dire che su Vicenza non si poteva tornare indietro e che della mozione firmata da Roberto Calderoli faceva a meno, ha creduto troppo all'efficacia dell'avvertimento che aveva lanciato il giorno prima, quelle parole famose secondo le quali «se non c'è maggioranza, si va a casa». E si è trovato sotto di due voti, proprio lui che nella sua lunga vita politica si è sempre curato di capire in anticipo l'esito di una consultazione. Rischiando di far la fine del «capro espiatorio», se il fido Vannino Chiti ha poi dovuto pubblicamente affermare che le dimissioni avrebbero coinvolto tutti, Prodi in testa, e non solo il protagonista principale della «giornata nera».
Un destino, si diceva. Era al posto giusto alla Bicamerale che avrebbe dovuto ridisegnare gli assetti istituzionali e arrivò, inatteso, il momento sbagliato in cui il suo lavoro venne cancellato di colpo, lasciandogli però incollata addosso l'etichetta dell'«inciucista», l'arma impropria usata dai duri e puri della berlusconofobia. Era al posto giusto - segretario dei Ds e leader riconosciuto da tutti - quando cercò di contendere a Francesco Rutelli la palma della popolarità a Roma, ma arrivò ancora una volta il momento sbagliato quando si contarono le preferenze che aveva raccolto come capolista della Quercia, poche decine di migliaia, e le si confrontarono con la milionata di suffragi riversatisi sul sindaco.
Un destino diventato più amaro quando si è incrociato con quello di Prodi. In quell'autunno del '98, fu tra i primi a rimproverare ad Arturo Parisi di non aver saputo contare bene i voti del famoso «ribaltone». Salì allora, per l'ennesima volta, al posto giusto, Palazzo Chigi, per incrociare una sequela di momenti sbagliati. Non solo venne accusato di aver complottato contro il Professore. Ma poi andò - giustamente - alla guerra in Kosovo e fu eletto a simbolo negativo da tutti i pacifismi possibili. Contestò - altrettanto giustamente - le resistenze sindacali alla riforma delle pensioni e fu subito accusato di aver provocato una sconfitta elettorale della sinistra.
Per non parlare dell'ultimo anno. In vista della vittoria elettorale dell'Unione, aveva scelto per sé una posizione comoda e super partes, la presidenza di Montecitorio, che avrebbe fatto sbiadire le etichette di «inciucista», «interventista» e «riformista». Il momento sbagliato arrivò quando Prodi non ne volle neanche discutere e gli preferì Fausto Bertinotti. E poi ieri. Avrebbe dovuto essere il giorno del suo trionfo, avrebbe potuto affermarsi come il vero «grande tessitore» della maggioranza, il protagonista indiscusso della grandezza italiana nel mondo, lo statista in confronto ai dilettanti della politica. È stato ributtato nei panni del «capro espiatorio».
Massimo D'Alema è un'incompiuta. Uno che sa stare al posto giusto ma si imbatte sempre nel momento sbagliato. E così non riesce mai a fare qualcosa di storico.