L’economia che è e quella che sarà

Contro la crisi 14 leggi e 5 riforme: Tremonti spiega risultati e progetti del governo per il rilancio del Paese. Dai provvedimenti sul bilancio pubblico agli aiuti a famiglie e imprese. E ora si riparte con la riforma fiscale

L’accusa principale rivolta al governo è quella di immobilismo. Le prove si basano su una massa di dati economici tanto ampia quanto eterogenea. Provo qui di seguito a formulare, come si dice, un'opinione dissenziente.

Immobilismo: in questi 22 mesi di governo Berlusconi sono state discusse due leggi finanziarie e 12 specifici provvedimenti economici. Si può dire che non è stato fatto abbastanza, ma davvero non si può dire che non è stato fatto niente e dire che tutto è stato fatto male, come mi sembra sia stato detto, mi pare oggettivamente eccessivo, politicamente massimalista e statisticamente fallace. In 22 mesi almeno una cosa giusta, magari per sbaglio, ma almeno una cosa giusta l'avremo pur fatta. In realtà, abbiamo fatto tanto provvedimenti congiunturali quanto provvedimenti strutturali.
Provvedimenti congiunturali: abbiamo garantito i depositi bancari nel pieno della crisi; abbiamo ammesso l'intervento dello Stato nel capitale delle banche a tutela dei risparmiatori; abbiamo permesso la garanzia dello Stato sulle obbligazioni bancarie; abbiamo emesso strumenti ibridi di patrimonializzazione per 4 miliardi; abbiamo potenziato da 300 milioni a 2 miliardi ed esteso agli artigiani il Fondo centrale di garanzia; abbiamo ampliato l'emissione della Cassa depositi e prestiti, portando a 8 miliardi il plafond per i finanziamenti a medio e a lungo termine delle piccole e medie imprese; abbiamo incrementato per 18 miliardi le autorizzazioni di cassa per il pagamento dei residui passivi, residui accumulati da chissà chi; abbiamo attivato il fondo di garanzia per le opere pubbliche; abbiamo creato la Cassa depositi e prestiti e Sace e un nuovo sistema di export-banca; abbiamo simulato fino a 8 miliardi la moratoria sui crediti; abbiamo introdotto la carta acquisti; abbiamo potenziato gli ammortizzatori sociali e autorizzato gli ammortizzatori in deroga; abbiamo detassato il salario di produttività; abbiamo ridotto il peso dell'Irap; abbiamo agevolato le ristrutturazioni edilizie; abbiamo eliminato l'Ici sulla prima casa; abbiamo introdotto il bonus per l'acquisto di auto ed altri beni di consumo; abbiamo potenziato il credito di imposta per le spese di ricerca; abbiamo reintrodotto il premio fiscale per le concentrazioni di aumenti di capitale; abbiamo detassato gli utili reinvestiti nei beni strumentali delle imprese.
Provvedimenti strutturali (quelli che si chiamano riforme): abbiamo impostato ed avviato la riforma della pubblica amministrazione, della scuola, dell'università, del lavoro e della previdenza. Il sistema di previdenza italiano è in questo momento tra i più stabili d'Europa ed è la base su cui si può riflettere per il futuro. Certo non grazie a chi ha eliminato lo scalone. Poi, l'avvio del nucleare, fondamentale per la nostra economia. Ho letto che in questi due anni di crisi altri Paesi europei hanno fatto riforme strutturali. Sarei grato se qualcuno mi dicesse quale Paese e quale riforma strutturale è stata fatta. In realtà, al netto dei megasalvataggi bancari, a me non risulta che altri abbiano fatto riforme. All'opposto l'Italia ha fatto o ha impostato le riforme che ho citato. In ogni caso, contro il movimentismo, ricordo che il dovere della politica e del governo non è quello dell'avventura, ma quello dell'equilibrio e della responsabilità, e nello scenario europeo ed internazionale la politica fatta finora dal governo Berlusconi è stata ed è considerata prudente e saggia, e saggia perché prudente.

Non siamo stati immobili sulle cose che si potevano fare, siamo stati irremovibili sulle cose che non si dovevano fare. Nei centosette punti critici elencati dall’opposizione è contenuta un'enorme massa di dati economici. Non li discuto voce per voce, ma credo che debbano essere letti ed interpretati in modo diverso: i dati di un sistema complesso si misurano, infatti, solo nel rapporto tra grandezze omogenee, considerandone le interazioni, contestualizzandole, disponendole in un sentiero temporale coerente. Se questo dibattito fosse stato svolto la settimana scorsa e non oggi, il dato della produzione industriale sarebbe stato negativo (meno 0,2%) e non positivo come oggi (più 2,6%). Prodotto interno lordo e deficit pubblico non sono variabili tra di loro indipendenti.

I dati vanno visti insieme e non separati. Il differenziale di cambio euro-dollaro colpisce di più chi esporta rispetto a chi non esporta. La crescita del prezzo del petrolio colpisce di più chi non ha risorse energetiche come il nucleare. Anche le statistiche sulla produttività e sul costo dei servizi non dicono nulla, se non si considerano le cause che hanno causato i differenziali negativi di produttività e di competitività in Italia. Si tratta delle patologie delle privatizzazioni realizzate nel decennio passato, dai telefoni all'energia, alle autostrade. Chissà chi le ha fatte!

Ancora: l'Italia è certo un Paese duale, anzi, due volte duale. È un Paese duale per il differenziale, più vasto che altrove, tra economia formale ed economia informale. Molti italiani sono, infatti, più ricchi dell'Italia e i dati delle ultime dichiarazioni dei redditi disponibili lo dimostrano. In ogni caso, sull'evasione fiscale si può avviare una specifica ed importante sessione parlamentare. Il Paese, inoltre, è duale per il differenziale tra Nord, Centro e Sud. Questo è un aspetto, ormai, costituzionale e fondamentale. Nell'insieme, ciò che cerco di dire sui dati, è che gli uffici studi sono essenziali, ma dicono tutto, tranne l'essenziale. Definire l'essenziale è responsabilità della politica ma, prima di agire, bisogna capire e, nell'agire, bisogna sapere che non esistono formule magiche assolute. Siamo un grande Paese, ma siamo in una situazione complessa e critica. Siamo un Paese che non si può governare con il «piccolo chimico».

La crisi ha colpito l'Italia sul suo punto di maggiore forza.

Nell'autunno del 2008 sono cadute insieme la fiducia e la domanda mondiale. L'Italia era allora al suo massimo storico per l'export totale di merci, pari a 376 miliardi di euro (più 27% rispetto al settembre del 2005). È stato da questo lato, ossia dal lato dell'export, e non dal lato interno o dalla finanza, che in Italia, nei dodici mesi successivi alla crisi, abbiamo perso di colpo 85 miliardi di euro. Non è un caso il fatto che le maggiori economie esportatrici dell'Occidente - Germania, Giappone e Italia - sul Pil per il 2010 registrano tutte un meno 5%.
A fronte di ciò, nel gestire la crisi abbiamo dovuto scontare la nostra maggiore debolezza: il debito pubblico. Abbiamo, infatti, il terzo debito pubblico del mondo, ma non abbiamo la terza economia del mondo. Tuttavia, c'erano anche - e vi sono - a chiudere il quadrante, altre due forze: la forza di un Paese che ha il risparmio e la forza di un Paese che ha la seconda manifattura d'Europa dopo la Germania. Dopo il crollo, caduta la polvere, la crisi dimostra che, per molti altri Paesi, il futuro sarà diverso dal passato e non migliore, perché la manifattura è meglio della finanza, il risparmio è meglio del debito, la flessibilità è meglio della rigidità. E la flessibilità storica del nostro Paese è quella di un Paese fatto a rete: una rete fatta da 8mila Comuni, da 8 milioni di partite Iva, da uno stato sociale basato sul pilastro pubblico dell'Inps, ma anche sul pilastro fondamentale della famiglia.

Il governo Berlusconi ha agito all'interno di questo quadrante, e nell'agire ha fronteggiato tre rischi: il rischio di un collasso dei conti pubblici, il rischio del disordine sociale e il rischio del blocco produttivo. A partire dalla legge finanziaria di luglio 2008, abbiamo evitato il rischio del collasso del nostro bilancio pubblico. Se nel reagire avessimo fatto o ancora oggi si facesse la scelta politica di aumentare discrezionalmente il nostro debito pubblico, non avremmo avuto e non avremmo meno crisi, ma più crisi, non meno tempesta, ma più tempesta.

Il deficit italiano è pari al 5%, in Gran Bretagna al 12%, negli Stati Uniti al 10%; per questo c'è la consapevolezza che il bilancio pubblico dell'Italia è molto più solido, in questo momento, di quello inglese o americano. Questa frase è del presidente Prodi: su questo non ho difficoltà a concordare con lui. Oggi la velocità di crescita del deficit e del debito pubblico italiano è per la prima volta da molti anni inferiore alla media europea e la sostenibilità del nostro debito è posizionata dall'Economist - un giornale che va letto anche quando è positivo per l'Italia - meglio di Gran Bretagna, Giappone, Spagna, Francia e Stati Uniti.

L'avanzo primario è girato ovunque in negativo, ma per l'Italia è stimato a meno 0,7%, per la Germania a meno 3,4% (tre volte di più) e per la Francia a meno 6% (più di sei volte). La correzione sul deficit richiesta per l'Italia dalla Commissione europea è per il 2011 pari a 0,5% (la più bassa d'Europa). Lo spread sui titoli pubblici italiani, rispetto a quelli tedeschi, oggi è intorno a otto punti base. Altri spread di altri Paesi si sono mossi più fortemente.

Attesi per il peggio, abbiamo nell'insieme evitato di essere la causa e l'epicentro della crisi e credo che in coscienza abbiamo fatto bene, ma aggiungo che l'Italia non aveva e non ha alternative. Se l'azione o la comunicazione esterna fossero state o fossero oggi diverse e non basate su serietà e responsabilità; se la nostra azione e la nostra comunicazione fossero state ispirate dall'avventurismo «deficista», gli effetti, prima di beffa e poi di maggior danno, sarebbero stati e sarebbero devastanti per la Repubblica e per le nostre famiglie.
Il secondo rischio è un rischio sociale. Concentrando le risorse disponibili su due voci principali, gli ammortizzatori sociali e il rinnovo del patto triennale per la sanità, abbiamo contribuito alla tenuta sociale del Paese. È stato detto: il governo ha avuto la capacità di governare la crisi perdendo poco consenso, questa è la vera particolarità italiana. Riconosco un'abilità di fondo nel modo con il quale il governo ha agito. La frase è di Guglielmo Epifani e su questo ancora concordo. Sappiamo bene che ci sono settori e comunità, famiglie e persone che più di altre soffrono per la crisi e faremo il possibile per non lasciare indietro nessuno, ma finora non si è smarrito il senso complessivo della coesione sociale.

Infine, il terzo rischio è quello di un collasso produttivo. Il nostro sistema produttivo, pur colpito dall'esterno nella sua parte più vitale, ha tenuto. Gli ordinativi sono cresciuti nell'ultimo trimestre del 2009 del 5,1%, anticipando un relativo recupero dell'attività produttiva. L'aumento della disoccupazione, pur negativo, colloca l'Italia tra i Paesi con minore tasso di disoccupazione: 8,6 a fronte del 10% medio dell'area euro e gli Usa.

In sintesi, abbiamo contribuito a garantire lo Stato patrimoniale e lo Stato sociale: per Stato patrimoniale intendo il bilancio pubblico e il risparmio delle famiglie e per stato sociale intendo sicurezza e sanità. Dico che abbiamo contribuito perché nei sistemi occidentali contemporanei il governo non è l'attore assoluto e dunque noi tutti dobbiamo dire grazie alle forze sociali, ai lavoratori, agli imprenditori, ai nostri concittadini e alle loro famiglie e a tutti quelli che insieme tengono unito e unito nella pace questo Paese.

Non ci possiamo fermare, perché il futuro non è un destino: il futuro dipende da noi, in Italia e in Europa. La settimana scorsa ha iniziato il suo cammino la Banca del Mezzogiorno; a cominciare dalle Poste inizierà presto anche la raccolta e la canalizzazione fiscalmente favorita del risparmio da tutto il Paese a beneficio del Sud; domani prenderà forma il Fondo italiano di investimento. In tre mesi è stata organizzata e lanciata la più grande operazione di capitale di rischio fatta in Italia, coinvolgendo la Cassa depositi e il sistema bancario italiano. Il capitale che sarà raccolto è molto alto, la leva che sarà utilizzabile è altissima. Nei prossimi giorni partirà il Fondo per l'edilizia privata sociale, con due miliardi e mezzo provvisti dalla Cassa depositi e prestiti, da fondazioni bancarie, banche e assicurazioni e fondi previdenziali privati, con la capacità di costruire circa 50mila alloggi in cinque anni, e così via.

Stiamo soprattutto lavorando alla riforma fiscale. Prima di parlarne in pubblico ne abbiamo avviato, in parallelo al federalismo fiscale, lo studio tecnico preliminare. Quella fiscale è una riforma fondamentale per rendere il nostro sistema più giusto e più efficiente. Non possiamo continuare con una macchina fiscale disegnata mezzo secolo fa e poi solo rattoppata. Il federalismo fiscale batterà l'evasione e renderà più trasparente e più morale la nostra pubblica amministrazione. In ogni caso, non imporremo imposte patrimoniali né colpiremo il risparmio e la casa. Non segheremo i rami dell'albero su cui stanno la nostra economia, la nostra società e le nostre famiglie.

Discuteremo con tutti e su tutto, sia con le forze sociali, sia con l'opposizione in Parlamento, sia con le istituzioni europee e internazionali. Tuttavia, di una cosa siamo fin da ora sicuri: non realizzeremo un programma di governo alternativo, ma realizzeremo il programma che è stato votato dai nostri elettori. L’opposizione chiede più coraggio, ma coraggio e incoscienza non sono la stessa cosa. Noi abbiamo coraggio, ma non abbiamo - né noi, né gli italiani - incoscienza.

Onorevole Bersani, sui vostri manifesti è annunciata, in poche parole, un'altra Italia. Non so se la vostra Italia sia possibile, ma so che non è preferibile.