L’economia laziale? Frenata dagli enti locali

Silvia Marchetti

Se l’economia laziale a volte arranca, è anche colpa di chi dovrebbe sostenerla e invece ne strozza lo sviluppo. Ossia degli enti locali «debitori». Il 90 per cento delle imprese, infatti, soffre (alcune fino alla morte) per i ritardi nei pagamenti delle pubbliche amministrazioni. A fare la parte del leone è il settore della sanità, con il Lazio che guida la classifica delle regioni inadempienti.
L’allarme proviene dal neonato Osservatorio su Imprese e Pubblica Amministrazione, una struttura tecnica no profit che raggruppa aziende e professionisti creata per sensibilizzare l’opinione pubblica e intervenire su ciò che negli ultimi tempi sta diventando una piaga di livello nazionale.
Tra le regioni «cattive» spicca proprio il Lazio, dove il fenomeno dell’inadempienza istituzionale salta agli occhi per alcuni dati decisamente preoccupanti. Su 20.000 aziende fornitrici - ossia solo quelle che fanno affari con Comune, Provincia di Roma e Regione per importi superiori al milione di euro - ben il 40% lamenta gravi ritardi nei pagamenti delle forniture. Inadempienze finanziarie che per il 68% delle imprese laziali hanno comportato minori crescita e produttività, mentre per il 20% hanno addirittura messo in pericolo i posti di lavoro. Insomma, l’accumulazione di crediti può essere a volte più nefasta dell’accumulazione di debiti.
Stando ai dati dell’Osservatorio, nel Lazio ci sono oggi più di 100 imprese che negli ultimi cinque anni per colpa dei ritardi nei pagamenti sono state messe in ginocchio e costrette a delle acrobazie per restare a galla. Si parla di circa 5000 posti di lavoro in bilico (per non citare quelli già persi ma la cui entità è talmente elevata che al momento non ci sono cifre esatte). Trend negativi, purtroppo, in continua crescita.
Le più vulnerabili al fenomeno dei «ritardi» sono ovviamente le baby aziende e le start-up, insieme alle piccole imprese che costruiscono gran parte del tessuto imprenditoriale italiano. Le nuove attività di recente avvio presentano infatti un rischio di «mortalità» pari al 50 per cento nei primi quattro anni di vita. Praticamente, l’inadempienza nei pagamenti è tra i maggior deterrenti all’iniziativa privata, una zavorra che abbatte qualsiasi gemito imprenditoriale. In generale, il 50 per cento delle imprese è costretta a stringere i denti per più di un anno per rientrare dei crediti maturati.
Come nel resto d’Italia, i maggiori ritardi si riscontrano nei contratti pubblici per la fornitura di beni e servizi, soprattutto in alcuni settori chiave. Per quanto riguarda la sanità - tema caldo di questi tempi - il Lazio guida la classifica nazionale per i ritardi nei pagamenti alle imprese fornitrici ospedaliere. Le proteste dei fornitori - che minacciano di interrompere i servizi se entro il 21 novembre non saranno rimborsati - sono dunque del tutto giustificate. Se la media nazionale nel pagamento del credito si aggira attorno a un anno, nel Lazio i fornitori delle Asl devono aspettare addirittura 700 giorni, ossia due anni. Anche il settore scuola è in affanno: secondo l’Osservatorio, i rimborsi sono fermi a giugno del 2002.
L’Osservatorio ha già messo a disposizione degli imprenditori una casella e-mail per segnalare eventuali casi di «abuso finanziario» (oipainfo@gmail.com) e presto sarà attivato un vero e proprio sito internet.
Per il Presidente Antonio Persici - che a riguardo intende presentare una mozione sia in parlamento che a Bruxelles - si tratta di una battaglia appena iniziata. «Intendiamo aprire una riflessione seria sul grave problema dei ritardi di pagamento da parte delle pubbliche amministrazione - afferma - avviando una vera rivoluzione culturale. Se ne parla poco, ma la questione è grave: ogni anno decine di imprese chiudono o rischiano la chiusura con conseguente perdita di posti di lavoro. E spesso le aziende sono costrette a gravi esposizioni con le banche. Il nostro Osservatorio nasce proprio per sensibilizzare, per monitorare le ricadute in termini di sviluppo e di occupazione e per agevolare il dialogo tra Pa ed imprese fornitrici».