«L’economia piemontese sa come reagire»

Si cerca la luce per uscire dal tunnel. A guardare stime, proiezioni e dati il percorso per superare la crisi sembra ancora tutto in salita ma, almeno per il Piemonte, alcuni indicatori positivi ci sono ed è su questi che bisogna lavorare. E per cominciare il viaggio è necessario partire da una considerazione fondamentale: il territorio piemontese è fortunatamente rimasto ancorato alla sua vocazione industriale. Del resto di congiunture economiche questa regione ne ha vissute altre. All’inizio del Duemila il Piemonte era in piena crisi industriale e molti economisti auspicavano l’abbandono della vocazione produttiva a favore di una profonda terziarizzazione, meglio se legata al campo finanziario.
«Niente di più sbagliato - sottolinea Alessandro Barberis, presidente della Camera di commercio di Torino -; la crisi profonda è durata quattro anni, ma l’imprenditoria piemontese ha saputo trovare al proprio interno le forze più dinamiche per innescare un nuovo ciclo di sviluppo, cominciato a fine 2005». Dunque, le imprese hanno saputo conservare la propria vocazione produttiva, magari ripensandola e reinterpretandola con importanti e massicci investimenti in tecnologia, innovazione, design e internazionalizzazione. «La crisi del quadriennio 2001-2004 è stata pesante - ricorda Barberis - ma la nostra economia non è crollata e il nostro territorio si è attrezzato. Non vedo alcun motivo per il quale il nostro sistema economico non possa fare altrettanto in questa occasione. Questa crisi non è stata la prima né sarà l’ultima».
Uno dei punti che oggi preoccupa di più è la cassa integrazione. I dati relativi al quarto trimestre 2008 sono pesanti, almeno per il Piemonte. Le ore autorizzate sono cresciute del 121%. Un dato da non trascurare «perché oltre a manifestare una difficoltà produttiva, ha risvolti importanti sull’atteggiamento delle famiglie che riducono i propri consumi». Consumi che invece vanno incentivati anche se la tendenza nella dinamica debole dei consumi era di sicuro antecedente alla crisi finanziaria: i consumatori lamentavano una progressiva perdita di potere d’acquisto. Bisogna aiutare a rassicurare le famiglie, questo è sicuramente uno dei passi che vanno fatti aspettando che la bufera passi. Le famiglie devono tornare a consumare, quindi «è necessario trovare interventi volti sia ad aumentare il reddito disponibile sia a iniettare cospicue dosi di ottimismo», sottolinea Barberis. Non va dimenticato, però, che in qualche caso le imprese hanno usato la cassa integrazione in maniera preventiva rispetto a una crisi mediaticamente annunciata. E che altre hanno approfittato della crisi per fare ordine. Ad esempio la Michelin che ha razionalizzato gli investimenti, privilegiando un’area piuttosto che un’altra. La Motorola, invece, in crisi profonda ha messo in campo una strategia tutta personale: continuare la produzione solo in America. E proprio agli Usa che si guarda con un certo interesse. Se il nuovo presidente Barack Obama riuscirà nei suoi primi cento giorni a iniettare un po’ di fiducia nelle famiglie americane l’intera economia mondiale ne gioverebbe. Un altro punto a favore della «guarigione» del Piemonte viene dalla competitività dei prodotti, testimoniata da ottimi risultati sull’export.
Tra i settori che danno maggiore impulso c’è sicuramente l’agroalimentare soprattutto verso Cina e Turchia dove si sono registrati incrementi superiori al 90% con un valore medio mensile di 19 milioni di euro. Buoni risultati delle nostre esportazioni anche in India soprattutto in ambito elettronico. Resta però un nodo cruciale da sciogliere: l’accesso al credito bancario e finanziario per i propri programmi di investimento. Questo può minare alla base investimenti in grado di creare sviluppo. Ed è per questo che «le Camere di Commercio piemontesi - come rimarca Barberis - stanno lavorando su questo fronte attraverso un sostegno di controgaranzia ai Confidi e d’intesa con la Regione». Con gli investimenti le imprese costruiscono la loro competitività e il loro futuro. Dunque, bisogna continuare a competere su prodotti ad alto valore aggiunto con margini reddituali maggiori.