L’«economia» del potere di Dio sul mondo

Nella dialettica Padre-Figlio il modello divino del governo terreno

Notoriamente, usiamo concetti la cui genealogia è, a volte, ardua da ricostruire. Nasce il dubbio che, quanto più difficile è rintracciarne radici e origini, tanto più quegli stessi concetti appaiono avvolti da un’aura di semplicità o di common sense. Nulla di più ovvio, per esempio, dell’idea che il potere equivale a un governo ben ordinato su uomini e cose e alla loro produzione: a un’economia, insomma. In verità, il paradigma di tanta ovvietà viene da lontano. Non dal classico agire sull’ordine mondano da parte del motore immobile aristotelico, o dalle divinità indifferenti della Stoa, bensì dal profondo del meccanismo trinitario: la dinamica Padre-Figlio si regge, infatti, su una relazione il cui statuto non è teologico ma pratico, anzi «economico». Dove con oikonomia va intesa l’estensione del termine greco che in origine indica le attività volte a instaurare l’ordine nell’oikos, nella casa e, in seguito, passa a significare il nesso che connette Dio al proprio agire nel mondo in quanto Figlio, alle sue stesse strategie di gestione «monarchica» dell’immanente. Strategie per essenza misteriose: non è dato afferrare le intenzioni (le economie) in base alle quali il Dio unico si temporalizza nel Cristo che ne annuncia e realizza i fini, né intravedere il piano che regge quel disegno. A sua volta, lo statuto padre-figlio fa da modello al rapporto fra Dio e la sua azione governativo-provvidenziale nell’essere. Seguire quell’economia, ricostruirne gli slittamenti di senso, i noccioli concettuali rimasti impensati vuol dire, allora, non solo fare dell’archeologia, ma esibire i fondamenti ancora teologici che disegnano le teorie secolarizzate o già postmoderne del potere e del controllo.
Alla radice delle quali vedremo, se avremo la pazienza di seguire il gran studio di Giorgio Agamben (Il Regno e la Gloria, Neri Pozza, pagg. 333, euro 32), svilupparsi la dicotomia tra regno e governo, tra auctoritas assoluta e pratiche empiriche del potere, tra l’idea pura dell’ordine e i meccanismi di controllo o attuazione dello stesso. Tra «Regno» e polizia del regno. Binarietà, a loro volta, modellate sullo spezzarsi (e ricomporsi) di un Dio unico e inoperoso in un Dio creatore e reggitore. Di nuovo: tutto ha origine nel mistero («impensabile» direbbe Kierkergaard) della dialettica padre-figlio, nel nesso instauratosi una volta per sempre tra eterno e tempo. Di nuovo ancora: tutto parte dal «mistero dell’economia» divina. Quando la cultura occidentale toglie dal centro Dio e i suoi piani e al suo posto mette la prassi economica umana, altro non fa che rovesciare un modello, senza indagarne lo statuto. La «mano invisibile» di Smith, forse la teoria della valorizzazione delle «merci a mezzo merci» di Sraffa: tutto questo appare, allora, comprensibile solo alla luce d’un retroterra provvidenziale che agisce nel pensiero sottotraccia, segnale del passaggio di concetti teologici nel cuore delle più asettiche teorie politiche. Nelle quali, peraltro, continuerà a farsi valere la scissione tra auctoritas e governo effettivo delle cose, oggi riconfigurata come spaccatura tra il primato istituzionale della politica e il contro-primato reale dell’economia e dal loro conflitto permanente.
Ma l’impensato resta tale. Eppure, tra le più convincenti immagini sulla pienezza dei tempi, c’è quella data dal ritorno del Figlio al Padre, dal compimento definitivo del governo di Dio sul creato. La pienezza dei tempi è il ripristino della sua inoperosità originaria, l’avvio di un nuovo settimo giorno e d’uno «stato» nel quale il mondo è chiamato unicamente ad adorare un Dio che ha cessato di lavorare alla sua economia. In quell’immagine di assoluta improduttività, rimane solo la gloria. Lì, il potere sarà eternamente neutralizzato. Può perfino essere che, davvero, tutti i meccanismi dell’economia si muovano verso quella gloria, quel centro d’inoperosità.