L’economia Usa mette in allarme l’Europa

Meno domanda dai Paesi Ocse: l’Opec riduce le stime 2006

Rodolfo Parietti

da Milano

Guardano avanti, forse troppo. Fino a intravedere un taglio dei tassi statunitensi nel 2007. Considerata quasi una bestemmia fino alla scorsa settimana, quando ancora si ragionava su quanto sarebbe durata la pausa al ciclo di rialzi decisa lo scorso 8 agosto dalla Federal reserve, l’ipotesi di un calo del costo del denaro ha cominciato ieri a circolare sui mercati non appena tre indicatori macroeconomici chiave hanno confermato il rallentamento in atto nell’economia Usa. Al punto da spingere al rialzo Wall Street e le Borse europee, dove i guadagni sono stati comunque contenuti.
Un allentamento del credito da parte dell’istituto guidato da Ben Bernanke dovrebbe tuttavia presupporre uno scenario in cui l’economia americana frena più del previsto e oltre il sostenibile, fino a flirtare pericolosamente con la recessione. Lo scivolone non va scartato a priori, secondo l’opinione espressa all’inizio della settimana da Merrill Lynch, anche se finora i parametri monitorati dalla Fed sembrano indicare una semplice decelerazione del ciclo. Qualche elemento di maggiore preoccupazione è però contenuto proprio nei dati diffusi ieri, che potrebbero avere ripercussioni anche sull’Europa. La costruzione di nuove case è calata in luglio del 2,5%, per il quinto mese di seguito, a conferma di un ridimensionamento del mercato immobiliare di cui sono in parte responsabili i 17 rialzi consecutivi dei tassi americani. Resta da capire in che modo si sta concludendo il ballo del mattone: in modo soft, o con lo scoppio della bolla?
Punto secondo: i mercati hanno accolto ieri con favore l’aumento dello 0,4% in luglio dei prezzi al consumo e, in particolare, il più 0,2% (contro il più 0,3% delle stime) della parte core, ossia del dato depurato dalle componenti alimentari ed energetiche. L’inflazione è dunque sotto controllo e lascia ampi margini a Bernanke per tenere ferme le leve del costo del denaro, ma al tempo stesso potrebbe essere la spia della difficoltà che le aziende cominciano a incontrare nel ritoccare i listini verso l’alto, a fronte di consumi in rallentamento a causa del peggior stato di salute dell’occupazione. La stessa Fed ha del resto reso noto ieri che la produzione industriale è cresciuta il mese scorso appena dello 0,4% (0,8% in giugno), un altro segnale di decelerazione della crescita.
Un rallentamento troppo marcato dell’economia Usa rischia di avere pesanti conseguenze in Europa, dove un quinto dell’export ha come destinazione proprio gli Stati Uniti, e di rendere effimero il sorpasso certificato lunedì dai dati di Eurostat sull’andamento del secondo trimestre, periodo in cui il Pil europeo è salito dello 0,9% contro lo 0,6% americano. Se l’apprezzamento dell’euro, salito ieri fino a quota 1,2870 dollari, ha reso già meno competitive le merci del Vecchio continente rispetto al marzo scorso (allora la moneta unica valeva 1,18 dollari), la minor domanda proveniente dagli States rischia di costituire un serio freno allo sviluppo economico.
Inoltre, vanno considerate le ripercussioni che deriveranno dalle prossime mosse restrittive della Bce, indicate recentemente da Jean-Claude Trichet come antidoto contro l’inflazione. Secondo gli analisti, Francoforte dovrebbe alzare di un paio di volte il costo del denaro entro la fine dell’anno. Portando i tassi dal 3 al 3,5%, la Bce accorcerebbe così il divario con quelli Usa, destinati probabilmente a restare ancorati al 5,25%. In quel caso, è facilmente ipotizzabile un ulteriore rafforzamento dell’euro.
Resta da valutare la variabile dei prezzi petroliferi, scesi ieri sotto i 72 dollari il barile dopo la diffusione delle scorte americane, risultate nettamente superiori a quelle dello scorso anno. Sempre ieri l’Opec ha tagliato di 80mila barili al giorno le stime sulla crescita della domanda mondiale 2006. Motivo? L’inattesa flessione dei consumi nei Paesi Ocse tra aprile e giugno.