L’economia Usa resiste e la Fed taglia

Stiglitz pessimista: «Molti fattori negativi devono ancora entrare in gioco»

da Roma

Al termine di due giorni di consultazioni, Ben Bernanke e gli altri nove governatori della Fed che compongono il Federal open market committee hanno emesso il «verdetto»: come previsto, i tassi sui fondi federali - i prestiti interbancari a brevissima scadenza - scendono al 2%, un ulteriore quarto di punto in meno rispetto al 2,25% in vigore fino a ieri. Ridotto anche il tasso di sconto, al 2,25 per cento.
Neppure i dati sulla crescita economica del primo trimestre - che hanno mostrato una crescita dello 0,6% anziché l’atteso segno negativo - hanno reso dubbiosa la banca centrale. «L’economia continua a essere debole - sostiene la Fed in una nota -; i mercati finanziari restano ancora sotto stress, e le strette condizioni creditizie, insieme con la profonda contrazione dei prezzi immobiliari, peseranno sulla crescita economica ancora per pochi trimestri».
Quella decisa ieri dalla Riserva federale è la settima riduzione consecutiva dei tassi da quando è esplosa la crisi d’agosto. Sarà l’ultima, almeno per un po’ di tempo? I mercati ne sembrano convinti, e infatti il dollaro riprende quota. La nota della Fed non parla, come in passato, di nuovi rischi al ribasso per l’economia. Quanto ai rischi d’inflazione, Bernanke sottolinea che «vanno tenuti sotto stretta osservazione».
Se il ribasso dei tassi era atteso, non si può dire altrettanto per i dati sulla crescita economica nel primo trimestre. Le cifre del Dipartimento al commercio hanno sorpreso gli analisti che avevano dato per sicuro il segno negativo. Invece i primi tre mesi del 2008 hanno fatto segnare una crescita dello 0,6%, pur sempre bassissima per gli standard americani (per trovare un dato inferiore bisogna tornare al quarto trimestre del 2002) e legata, soprattutto, a un incremento delle scorte. «Se non ci fossero state le scorte, il dato sarebbe stato negativo», osservano alla Wachovia, una delle principali banche del Paese. I consumi privati, che rappresentano due terzi dell’economia americana, sono aumentati dell’1%, il ritmo più basso dal secondo trimestre del 2001. La spesa nell’edilizia residenziale - colpita duramente dalla crisi dei mutui - è calata del 26,7%, una cifra record che non si vedeva da ben ventisette anni. Dati non negativi arrivano dall’indice pmi di Chicago, con un minimo segnale di vivacità economica in un’area importante come il Midwest.
È però vero che il rallentamento rimane serio. L’economia americana è cresciuta «decisamente al di sotto del suo potenziale - osserva il Nobel per l’economia Joseph Stiglitz - e continuerà a passo lento a causa delle difficoltà legate al mercato immobiliare. Alcune delle forze che spingeranno l’economia verso il basso devono ancora entrare in gioco. Molti problemi relativi ai mutui subprime - aggiunge l’economista - devono venire ancora allo scoperto, e questo significa nuovi scossoni per il sistema finanziario».
Lo stesso segretario Usa al Commercio, Carlos Gutierrez, ammette che l’economia ha di fronte a sé un difficile semestre; tuttavia ricorda che sono in arrivo i rebates, gli sconti fiscali che «aiuteranno l’economia a riprendersi nella seconda metà dell’anno». Inoltre, il Tesoro sta pensando ad aiutare i cittadini in difficoltà nel pagare le rate del mutui, attraverso prestiti che consentirebbero ai debitori di rimborsare fino al 20% del capitale del mutuo contratto.