L’Economist non si ferma Adesso occupa le edicole: l’attacco al Cav non finisce

Il settimanale britannico con la copertina contro Berlusconi nelle città italiane è ancora in vendita: è una vera ossessione

Roma - La rivista porta la data 11-17 giugno (anzi: June 11th-17th 2011) e quindi dovrebbe essere da tempo sparita dalla circolazione. Se provi a chiedere al tuo edicolante un settimanale di 15 giorni fa, come minimo scrollerà le spalle. Invece quel numero di The Economist fa ancora bella mostra di sé in molte edicole italiane, soprattutto quelle nei centri storici delle grandi città e nelle località più turistiche. E se chiedi loro perché, ti rispondono che hanno avuto ordine di tenerlo su ancora per un po’ di tempo e ne hanno avuto un bel rifornimento.
Il mistero è presto svelato: sulla copertina dell’Economist numero 8.737 c’è un’immagine di Silvio Berlusconi, aria sorridente e spavalda, seduto probabilmente su una poltrona di Porta a porta. Sopra, un titolo: The man who screwed an entire country. Vale a dire: L’uomo che ha fregato un Paese intero. «Un inserto speciale di 14 pagine sull’Italia di Silvio Berlusconi», promette ammiccante uno strilletto in rosso che spicca sul blu notte della giacca del premier italiano. E che tipo di considerazioni il settimanale britannico faccia al suo interno è facile intuirlo, a giudicare dal tono del titolo: «Malgrado i successi personali - si legge nell’analisi di John Prideaux - egli è stato un disastro come leader nazionale, in tre modi. Due sono noti. Il primo è la lurida saga dei suoi sexy-party Bunga Bunga» e il secondo «la sua furfanteria finanziaria», termine con il quale il settimanale britannico sintetizza anni di vicissitudini giudiziarie per «frodi, falsificazione di conti e corruzione». Naturalmente i giornalisti dell’Economist ben sanno che Berlusconi non è mai stato condannato. Malgrado ciò fanno capire che per loro il premier italiano è certamente colpevole e che si è salvato solo perché le «condanne sono state spazzate via» o per decorrenza dei termini o «in almeno due casi perché lo stesso Berlusconi ha cambiato la legge a suo vantaggio». Sembra di leggere un editoriale di un giorno qualsiasi di Repubblica. E invece sono parole ammannite ai lettori da una rivista che noi italiani, per sfiducia generale nella nostra stampa e per provincialismo, amiamo definire «autorevole». E per fare in modo che questa requisitoria in inglese raggiunga il maggior numero di lettori, ecco che si fa scattare l’extended play per qualche decina di fogli di carta che normalmente servirebbero già ad avvolgere le uova in qualche mercato di Roma o Londra. Ecco che agli edicolanti viene chiesto di tenere in evidenza la rivista che peraltro, costando euro 5,80 al lettore italiano, notoriamente non troppo abile con l’inglese, non va poi così a ruba.
Ma in fin dei conti, che c’è di nuovo? È da oltre dieci anni che The Economist se la prende con Berlusconi, e viene da pensare che, come per molta parte della stampa italiana, siano soprattutto loro a dover sperare che la stella del tycoon di Arcore non sia al tramonto. Tra le copertine dedicate a Berlusconi e ai mille modi in cui questi avrebbe rovinato l’Italia si ricorda quella del 2001 in occasione della sua seconda vittoria elettorale (So, mr Berlusconi. Un po’ come dire: e ora, facce ride); quella del 2003 incentrata sul conflitto di interessi: Why Silvio Berlusconi is unfit to lead Italy. Ovvero: perché Silvio Berlusconi è inadatto a guidare l’Italia. Quella del 2006 per la quale i sapienti giornalisti inglesi si procurarono addirittura un vocabolario italiano (Basta. Time for Italy to sack Berlusconi. Ovvero: Basta. Per l’Italia è tempo di cacciare Berlusoni). E quella del 2008 sbigottita dopo l’ennesimo successo elettorale del Cav: Mamma mia. Here we go again. Ovvero: ci risiamo. Ecco, appunto: ci risiamo.