L’«Economist» smaschera il Prodi pseudo-riformista

Arturo Gismondi

Una settimana fa è toccato all’Economist, nel suo numero dedicato all’Italia, deludere l’opinione di quanti si sono abituati a considerare il settimanale inglese come una sorta di giustiziere, dotato di particolare autorevolezza perché stampato oltre la Manica. Questa volta l’Economist, oltre a ripetere alcuni dei luoghi comuni su Berlusconi, si è soffermato con particolare diletto sulla inconsistenza di una opposizione che a pochi mesi dal voto continua ad aggirarsi in una sorta di Babele propria di chi parla lingue diverse, quante sono le anime che si sforza di tenere insieme.
Qualcuno, fra i commentatori italiani, ha scoperto che non ci voleva l’autorevolezza e il prestigio del settimanale inglese per rivelare ciò che tutti gli italiani sanno e conoscono. L’osservazione è pertinente poiché in realtà le critiche e gli umori dei quali si fa portavoce l’Economist sono soltanto la proiezione di un establishment, quello italiano, che appare singolarmente contraddittorio nelle sue scelte, e inconsistente nella cultura che ad esse sottintende.
Ne abbiamo avuto prova, in questi giorni, in un editoriale affidato a un osservatore politico non privo di acume che sul recente convegno milanese della Margherita, e sul discorso conclusivo di Romano Prodi, ha rivelato sul Corriere della Sera le stesse perplessità dell’autore dell'intemerata messa insieme dal confratello inglese. Dario Di Vico descrive una Unione «in doppia veste, e cioè come la coalizione capace di far ripartire la liberalizzazione, ma anche lo schieramento che saprà riformulare un quadro efficace di tutele e di protezioni sociali». Insomma, conclude Di Vico, «dall’Economist al co.co.co».
Nota il Di Vico che si ritorna, con discorsi quale quello di Prodi, al regno dell’ossimoro, invocando insieme modernità e diritti sociali, solidarietà e mercato, e come dicono i critici di Cofferati, legalità e solidarietà senza che alcuno riesca a chiarire, in termini di proposte concrete, e fra loro compatibili, un progetto così convincente. Basta mettere insieme i generici accenni di Prodi alle «riforme radicali», il goffo tentativo di citare, il «modello danese» del quale tanto si parla di questi tempi, e registrare le prime reazioni della sinistra politica e sindacale per capire che si parla del nulla. È toccato a un sindacalista, Giorgio Cremaschi della Fiom-Cgil, far rilevare agli scopritori del «modello danese» che indicare come esempio valido per l'Italia quello di un piccolo Paese con una economia forte come è la Danimarca è un non senso: «Se è così, se il problema è rendere più facili i licenziamenti, Prodi può contare già da ora su uno sciopero alla settimana». Il Cremaschi poggia i suoi timori, e le minacce, su una analisi politica che è quella della sinistra alternativa. Prodi tenterebbe, per gli scomodi inquilini della sua Unione, di «obbedire ai poteri forti che vogliono dalla sinistra una politica di destra», secondo la formula di Gianni Agnelli secondo la quale «se la sinistra fa una politica di destra, tanto meglio per noi».
C’è anche in Cremaschi una vanteria: i sindacati possono riservare, alla sinistra al governo, un trattamento diverso da quello riservato a Berlusconi (sei scioperi generali in una legislatura) ma è certo che nell’Unione il complesso delle forze in campo è tale, e lo si è visto nel quinquennio dell’Ulivo, da scoraggiare velleità di riforme, anche se meno radicali di quelle accennate da Prodi.
Queste cose sono note al Corriere, lo sono anche - lo abbiamo capito - all’Economist. A questo punto, e con tutto il rispetto, il problema è di quella parte dell’establishment giornalistico, editoriale e finanziario che continua a farsi illusioni su una alleanza che, per parafrasare Jean Jaurés, porta nel suo seno la confusione, per ora verbale e concettuale, come la nube porta la tempesta.
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