L’economista coraggioso e solitario tra i profeti della «società perfetta»

Negli anni ’70 fu costretto a lasciare «La Stampa»: lo ritenevano troppo liberale

Vittorio Macioce

Sergio Ricossa ormai scrive sempre meno. È stanco, dicono. Dipinge, studia, legge, si gode il privato e guarda con distacco il fronte delle polemiche: editoriali, corsivi, parole. Non ha mai perso la sua ironia e la capacità di sorridere all’idiozia degli uomini. Il mondo, a una certa età, è un passatempo da osservare con distacco. Spesso. Ma non sempre. Ci sono delle stagioni in cui anche gli animi più pigri non possono restare a casa ad aspettare Natale. La Finanziaria firmata dal governo Prodi è per Ricossa un’offesa all’idea di libertà. È una minaccia. La stessa che ha accompagnato la sua vita. Ricossa ha quasi 80 anni. La sua città è Torino. Figlio di operai. «Il proprietario del magazzino di carbone - scrive nelle pagine del suo diario - è un capitalista. Mio padre operaio è un proletario. I due sono amiconi - niente conflitto di classe - per la comune passione della pesca. L’Internazionale dei pescatori. Vi sono, o Marx, più cose in cielo e in terra di quante la tua filosofia possa immaginare». Poi aggiunge: «Ecco perché non subisco il ricatto del socialismo. Non ho sensi di colpa verso il proletariato». Questa è la visione del mondo di Ricossa, l’orizzonte da cui sono nati i suoi scritti, dai saggi agli articoli sui giornali, da economista e da divulgatore. Lo ha fatto in tempi in cui le parole d’ordine erano altre. Anni ’70, Ricossa deve lasciare La Stampa. Troppo liberale, dicono. Troppo di destra, pensano. «Ci fu un momento in cui ero impegnato esclusivamente a dimettermi», commenterà più tardi. Montanelli lo invita a scrivere sul suo nuovo Giornale, appena fondato. E sui muri delle facoltà dove l’economista insegna appaiono scritte di questo tipo: «Al professor Ricossa, noi scaverem la fossa». Lui ci scherza su: «Bugiardi. Hanno spaccato il naso a uno dei miei figli. Non ci si può fidare delle promesse, neanche quelle dei rossi». Erano i tempi in cui Ricossa era definito un «rottame accademico», «liberista selvaggio», «economista triste», liberista «alla destra di Gengis Khan». Sono passati gli anni, il suo liberalismo è diventato sempre più etico, una sfida a ogni forma di potere che víola la libertà e la dignità individuale, una sorta di resistenza morale (anarchica e libertaria) allo Stato culla e tomba. Il mercato, invece, non è Dio. Non impone una morale o uno stile di vita. È solo un rilevatore di scarsità. «In una società di materialisti e crapuloni - ama dire Ricossa - il mercato soddisfa consumi vili. Ma non è colpa dei camerieri l’obesità dei clienti».