L’editore senza faccia fa politica

La storia del Corriere della Sera e della sua proprietà è parte rilevante della storia economica del Paese. Con il suo libro Il baco del Corriere (Ed. Rizzoli) Massimo Mucchetti ci conduce, con perizia e scioltezza, in questo viaggio dentro al potere economico che conta. Senza alcun «servo encomio o codardo oltraggio». A cominciare dalla ferma opposizione al fascismo del mitico Luigi Albertini, direttore e proprietario del Corrierone, e dalla sua consonanza culturale con Luigi Einaudi che furono il segno della tenuta democratica di parte della grande borghesia lombarda e piemontese nei primi anni Venti. Sbagliano quanti vogliono ridurre questo libro di Mucchetti o a note banalità o all’amicizia pelosa verso questo o quel rappresentante del patto di sindacato che governa attualmente il gruppo Rcs-Corriere della Sera. Chi lo sostiene, infatti, tenta di non scendere nel merito dei fatti documentati e di coprire, al contrario, ogni cosa con il manto della polemica pregiudiziale. D’altro canto nel libro ce n’è per tutti. Dal buco di mille miliardi di vecchie lire che casa Agnelli trasferì sulle spalle della Rizzoli-Corriere della Sera, vendendogli la «patacca» Fabbri Editore, alla continua perdita di valore della Telecom di Marco Tronchetti Provera sino al divertente disastro manageriale di Luca Cordero di Montezemolo nella sua esperienza di produttore cinematografico.
Mucchetti, però, è durissimo anche con le banche, azionisti rilevanti del patto di sindacato che regge oggi il Corriere. Un patto attraversato da diffidenze e sospetti talmente grandi e per certi aspetti anche risibili da fare immaginare, per qualche momento, che Stefano Ricucci davvero potesse fare la scalata al più grande quotidiano del Paese. Mucchetti, tra l’altro, mette tutti in guardia da un pericolo più volte richiamato da noi stessi su queste colonne e cioè l’incestuoso rapporto tra Finanza e informazione. C’è, infatti, uno spartiacque messo in chiara luce da Mucchetti che divide la snobistica distanza di Agnelli e Cuccia dal quotidiano di via Solferino dall’attuale invadenza dell’intreccio finanziario che oggi lo governa. Nella stagione precedente c’era certamente una gestione padronale nella nomina dei vertici del giornale (Agnelli decideva in solitudine il direttore del Corriere). In quella attuale, però, vi sono pressioni ai limiti della illiberalità così come illiberale sta diventando l’intreccio finanziario consolidato in Mediobanca e nelle Generali che consente a non più di sei-sette persone di governare parte rilevante della finanza bancaria e assicurativa, la più grande azienda manifatturiera (la Fiat), la più grande azienda di servizi (la Telecom) e un network di organi di informazione che rispondono ai nomi de La Stampa, il gruppo Rcs-Corriere della Sera, il Sole24Ore. E per brevità non ricordiamo i misfatti consumati sui mercati finanziari.
È in questo intreccio che si sviluppano inevitabilmente alcuni miasmi di illiberalità tanto da spingere Carlo De Benedetti a tentare, come ci racconta Mucchetti, una trattativa con il gruppo Rcs-Corriere della Sera per impadronirsi di comune accordo di una rete Rai. Un rischio che non è ancora scomparso. Naturalmente ci sono anche opinioni di Mucchetti che non condividiamo come quella di trasformare la proprietà dei grandi giornali in «public company». Meglio un padrone con la sua faccia, i suoi soldi, i suoi vizi e le sue virtù e contro il quale è possibile opporsi e polemizzare piuttosto che il governo degli uomini senza volto come quelli della grande finanza.
Se c’è qualche limite, probabilmente voluto, nell’analisi di Mucchetti è il suo fermarsi dinanzi a possibili conclusioni politiche. Nella sua lunga storia il Corriere è stato di volta in volta un contropotere (quello di Albertini), il crocevia di interessi torbidi (Tassan Din), o un potere forte ma rispettoso degli altri poteri (Agnelli-Cuccia), mentre oggi rischia sempre di più di essere un improprio facitore politico in un quadro di instabilità sino a farsi addirittura partito (quello democratico di Romano Prodi e di Francesco Rutelli) tentando di cancellare con l’utopia del Partito liberale di massa le grandi culture politiche che governano l’Europa.
Volendo essere irriverenti si potrebbe dire del Corriere descritto da Mucchetti che va dalla lotta al fascismo alla cova di nuovi e più sofisticati autoritarismi. Dentro questo spazio c’è il libro di Mucchetti, uno strumento di lavoro essenziale per chi vuole capire qualcosa in più di questa Italia grigia come il salotto buono del suo capitalismo, pieno di vizi privati e pubbliche virtù.