l’editoriale

Lo statuto del Partito democratico dice che il segretario Bersani è automaticamente candidato alla guida del governo. Bersani è stato eletto con le primarie. Non dovrebbero esserci dubbi. Però Eugenio (Scalfari) dice che ci vuole un Papa straniero. Allora anche Veltroni dice che ci vuole un Papa straniero. Ma Vendola dice che ci vuole una Papessa, la Rosy (Bindi). La Rosy dice che effettivamente una Papessa ci vorrebbe, ma per adesso è meglio attenersi a Bersani. Bersani è irritato, umiliato, e supplica: non si creino tensioni nel corpo ammalato del partito. D’Alema, grande elettore di Bersani alle primarie, dice che lui ha un nome “tecnico” per Palazzo Chigi, e chissenefrega dello statuto, ma lo tiene per sé. Eugenio fa il ritratto di Mario Monti. Ma Repubblica con Ezio (Mauro) accarezza un altro sogno ancora, lo scrittore Roberto Saviano, il giovanotto più banale d’Italia. Un eroe del banale.
Nel frattempo Bersani, che è nelle tragicomiche condizioni di un’anatra zoppa, fa il commesso viaggiatore per piazzare la richiesta di dimissioni del capo del governo: è una mercanzia che gli hanno fornito quelli del Palasharp, non è roba sua. Bersani è un comunista lombardo-emiliano. Gente tosta, intelligente, pragmatica. Ascoltarono un famoso discorso di Palmiro (Togliatti) nel quale era scritto il destino di un partito nazionalpopolare: la conquista dei ceti medi. Si formarono su quelle parole. Ora Giuliano (Amato) e Pellegrino (Capaldo) e Carlo (De Benedetti) e Luigi (Abete) gli passano prodotti infetti da smerciare: quattro diverse versioni della imposta patrimoniale, sui redditi, sulla casa, sulle Grandi Fortune, su non so che cosa d’altro. Veltroni abbocca, perché mamma comanda, picciotto va e fa. Lui, Bersani, deve metterli nella cassettina del campionario. Ma gli fanno schifo, intuisce che i ceti medi detestano la sola idea, e pensa che i migliori economisti a disposizione, i migliori uomini di Stato, non sanno che farsene di una patrimoniale. È ingiusta e non serve ad altro che a scoraggiare gli investimenti e la fiducia dei cittadini contribuenti, specie dei ceti medi. Sarkozy, dopo molti altri Paesi europei, disfa l’imposta francese sulla fortuna. Una rotta.
Bersani cerca di disfarsi della valigetta. Non gli resta che la tiritera del caso Ruby. L’origliamento come programma politico. Lo scandalismo straccione cui gli italiani non danno troppo peso, buono al massimo per mobilitare i credenti dell’antiberlusconismo, e i creduloni capaci di pensare che le cene private e i regali agli ospiti e la liberalità di un Sultano sono “prostituzione”. Bersani non è credente né credulone: viene da Lombardia ed Emilia, terre di elisir d’amore, di melodramma, di italianità al cubo. Non è la sua parte. La recita male. Quando fa appello a «disciplina e onore», in ambito privato, si vede che gli ride dentro la sua stessa cultura di piacentino della Bassa, di ex Re di Bologna la grassa.
Tutto questo caos ammorbante un politologo lo chiamerebbe eterodirezione, termine semplice anche se in apparenza forbito, eterodirezione del Pd: un partito che doveva andare oltre le tradizioni politiche cattolica e socialista, e si ritrova schiavo delle passioni giustizialiste di una minoranza etica di neopuritani e di neogiacobini, gente che vuole violentare il Paese e ripulirlo di ogni peccato, a costo di trasformare i peccati in reati. Un partito sotto sequestro, schiacciato dal peso grottesco dei faldoni della dottoressa Ilda (Boccassini) e delle fluviali inchieste sul nulla di Repubblica. Il Mediterraneo è in fiamme, nuove ondate migratorie bussano alla porta sulle rotte libica e tunisina, lo sviluppo può ripartire se ci si impegni seriamente in politiche di crescita, la Lega scalpita a un passo dal federalismo fiscale anche nel cruciale settore delle finanze regionali e della spesa sanitaria, l’Italia cambia e il governo esce dalla fascinazione penale, ritorna la politica, e Bersani è condannato a discutere con i barocchismi di Vendola, gli estremismi etici di Rosy, le dissimulazioni sicarie del solito D’Alema, la vanità di Veltroni, le giravolte di Casini, che si comporta come una bella ragazza: quae dant quaeque negant tamen gaudent esse rogatae (quelle che la danno e quelle che la negano amano tuttavia che gliela si chieda).
Il disastro in cui è immerso Bersani è un problema politico. Sta quasi peggio di Fini, e ho detto tutto. Salvare il soldato Bersani non è un favore all’opposizione, è un favore al funzionamento regolare del sistema istituzionale, va a vantaggio di tutte le persone serie che ancora abitano questo Paese. S’io fossi Silvio, come non sono e non fui, corteggerei Bersani come una bella donna, cercherei di liberarlo dal serraglio delle favorite delle note lobby, lo spingerei con ogni mezzo verso se stesso, verso la sua vocazione e la sua missione. La politica, non la pornopolitica. L’impegno per le riforme e la crescita, per il futuro e per la libertà dell’Italia, non l’accanimento innaturale contro il nemico assoluto. La maggioranza del Pd la pensa come me, in privato, e non c’è bisogno di intercettarli, di origliare, per saperlo; facciamoli venire allo scoperto, offriamogli disciplina e onore politico dopo questa inaudita orgia di guardonismo eterodiretto.