L’effetto Shalit? Non aiuterà la pace in Israele

di Vittorio Dan Segre

Ci sono vari modi di guardare «l'effetto Shalit», il caporale israeliano tenuto prigioniero per cinque anni da Hamas e che ritorna oggi in patria da eroe. C'è anzitutto il lato umano, l'ammirazione per la dignitosa lotta di un padre che per mantenere viva l'attenzione nazionale e internazionale per il figlio ha abbandonato la sua abitazione in Galilea per vivere sotto una tenda davanti all'abitazione di Netanyahu. C'è l'aspetto simbolico di una società israeliana (che in fondo non è altro che una grande famiglia allargata) che ha giurato - dopo l'abbandono degli ebrei da parte del mondo durante la Shoa - di proteggere e nel caso dei suoi cittadini di riportare a casa - vivi o morti - i suoi membri perseguitati. C'è il mistero di un negoziato internazionale durato quattro anni e una guerra di cui forse non sapremo mai gli accordi raggiunti, rotti e finalmente firmati anche se formalmente per interposta persona fra due nemici mortali come Israele e Hamas.
Eppure - pur premettendo che non bisogna farsi illusioni sull’effetto Shalit: la convergenza di interessi ha corto respiro. Con l’America così debole e l’Europa così assente, con l’eccezione forse della Germania, l’accordo per la liberazione non avrà conseguenze immediate e chi spera in nuove trattative di pace rischia di restare deluso - già oggi si possono vedere le convergenze che hanno portato a questo straordinario scambio di un israeliano vivo per 1027 palestinesi prigionieri. La convergenza di interessi di politica interna è evidente: tanto Netanyahu (pressato dalla rivolta sociale delle «tende»), quanto Hamas (pressato dalle rivolte arabe) avevano bisogno di un successo di prestigio di dimensioni mediatiche mondiali per rinforzare la loro posizione all'interno delle loro scricchiolanti strutture di potere. La convergenza di interessi di sicurezza è ugualmente evidente: Hamas ha bisogno di tempo per consolidare il suo potere. Non può permettersi un nuovo scontro con Israele che distruggerebbe il suo controllo su Gaza nel momento in cui l'Iran gli ha tagliato rifornimenti di armi e di quattrini e l'Egitto ha bloccato il contrabbando attraverso i tunnel di collegamento con un Sinai sempre più infiltrato da Al Qaida. Israele ha ottenuto che solo pochi terroristi liberati trovino residenza in Cisgiordania piuttosto che a Gaza o all'estero. È gente pericolosa ma controllabile e non è detto che fra loro non emerga qualche personalità di spicco a cui anni di prigionia in Israele potrebbe aver fatto cambiare idee.
C'è soprattutto la muta convergenza di due strategie ideologiche che per quanto opposte mirano allo stesso scopo: il controllo di una Palestina unificata. Netanyahu, il movimento dei coloni e la destra religiosa non hanno mai digerito l'idea di due Stati - uno arabo e uno israeliano - sulla Terra di Israele. Hamas non ha mai accettato l'esistenza né di uno Stato «democratico» arabo né di uno Stato ebraico sulla terra dell'Islam palestinese. Indebolire lo Stato palestinese in fieri di Abu Mazen è un interesse comune. Hamas non ha problemi a stabilire un armistizio a lungo termine con Israele, in attesa che si sviluppino le condizioni per distruggerlo; e la destra israeliana preferisce un nemico militarmente non preoccupante e inviso all'Egitto come all'Europa piuttosto che un’Autorità palestinese coccolata dall'Europa, sostenuta dagli antisemiti di destra e di sinistra e da una Onu impotente e pervasa di ostilità per Israele. Un’Autorità priva di legittimità interna che ha fatto del suo vittimismo un sistema di ricatto politico permanente, priva di capacità di negoziare direttamente compensi per qualsiasi concessione israeliana (se lo facesse sarebbe accusata di tradimento) o indirettamente attraverso i Paesi arabi. In questa prospettiva l'accordo per la liberazione di Shalit non sorprende. Deve essere visto come un tentativo di stabilire un equilibrio - molto sui generis - fra un piccolo Stato post moderno capace di difendersi e un movimento islamico come Hamas che affronta la modernizzazione guardando al passato.
Il New York Times ha pubblicato una caricatura che la dice lunga su questa convergenza di interessi. Mostra un palestinese scarcerato che dice: «Ho fatto i miei calcoli. Peso come 70 grammi di Shalit».