L’egemonia culturale da Gramsci a Di Pietro

Caro Granzotto, a sinistra si parla sempre più di regime più o meno strisciante, di allarme democratico e di derive populiste. Ma quale regime, quale allarme se un Di Pietro può liberamente fare opposizione con quella furia e dare del «magnaccia» a Berlusconi, e se la «stampa democratica» continua a farla con quel tono! Pubblicando risibili intercettazioni di Berlusconi dove nemmeno Torquemada riscontrerebbe un sospetto di reato!


Quella di parte della sinistra e della totalità della «stampa democratica» non è opposizione, caro Vecchietti. Perché un conto è sostenere che questo è un pessimo governo e che Berlusconi deve andarsene da Palazzo Chigi per far posto a Veltroni: non è esattamente un’opposizione all’inglese, con tanto di governo ombra, ma siamo pur sempre entro le regole democratiche. Un altro conto è invece sostenere che Berlusconi non può governare perché non ne ha i titoli, perché è eternamente inquisito (a vuoto) da 708 piemme, perché è basso e si tinge i capelli, perché ha le ville in Sardegna, perché dice Romolo e Remolo, perché c’è il conflitto di interesse, perché si è messo la bandana, perché raccomanda le signorine a Saccà, perché è amico di Bush, perché è ricco, perché fa i coretti con Apicella, perché aveva uno stalliere amico di un cugino del fratello del cognato di un sospetto mafioso, eccetera. Questa non è opposizione: è voler delegittimare chi è stato ripetutamente legittimato dal popolo sovrano a governare. È non riconoscere al popolo quel diritto che gli garantisce la Costituzione. Significa scardinare l’impalcatura stessa del sistema democratico.
Ciò premesso, pare proprio che il regime ci sia. Lo afferma, con fine ragionamento, d’altronde, il mio politologo di riferimento. Il quale spiega che pur non avendo mai letto i Quaderni del carcere, figuriamoci, meglio degli ex comunisti (ma allora esistono, gli ex comunisti! Strano, dicevano di no) quel becero di un Berlusconi ha fatto propria la lezione di Gramsci sull’importanza di imporre un’egemonia culturale dalla quale inevitabilmente rampolla l’egemonia politica. Lezione che il Pci applicò, sostiene imperativamente il fine politologo, alla lettera (ma allora c’era l’egemonia culturale! Strano, dicevano di no). Uno come Togliatti, prosegue il fine politologo, avrebbe spezzato le reni al «progetto di egemonia berlusconiano», ma «i suoi nipotini», suoi di Togliatti, se lo son fatto passare sotto il naso ritrovandosi poi in brache di tela: per colpa di quei pirloni degli ex compagni l’egemonia culturale è passata infatti nelle mani della destra. Finendo «nella pancia del Paese». A far mappazza. Altrimenti detta, la mappazza, regime. Il ragionamento, caro Vecchietti, non fa un grinza, come d’altronde tutti quelli scaturiti dal prodigioso intelletto di Curzio Maltese (sì, l’è lu el me politolog de riferiment): Berlusconi andava arrestato già dieci anni fa. Lasciato a piede libero ecco cos’ha combinato, è andato ad arraffarsi quell’egemonia culturale che nelle cure della sinistra era benzina super per alimentare il motore della democrazia, nelle mani del Berlusca petrolio di quarta per sostentare il regime (ma el politolog non si dà per vinto e esorta Veltroni & Co. a reagire «mettendosi in gioco». Neanche li invitasse a partecipare all’Isola dei famosi).