L’egemonia della sinistra che imbruttisce l’arte

(...) la cultura è stata egemonizzata dalla sinistra per farne lo strumento della propria affermazione politica, un progetto che ha potuto realizzarsi capillarmente allorché il numerosissimo stuolo di personale arruolato a quell'area politica si è venuto impossessando sempre più massicciamente dell'orientamento ideologico delle case editrici, della maggioranza dei giornali e delle riviste culturali, della produzione cinematografica e teatrale, della gestione di gallerie e istituti d'arte ecc., imponendo ovunque il proprio criterio di selezione per stabilire ciò che era valido da ciò che non lo era ed ottenendo così una sorta di esclusiva sul prodotto artistico.
La politica culturale della sinistra, poi, mossa unicamente dalla sua radicale avversione al patrimonio culturale della nostra tradizione e identità in nome dell'affermazione di un multiculturalismo pluralista dove si contempla, come sottolinea giustamente Piero Vassallo, l'impossibile coesistenza del vero e del falso, del buono e del cattivo e del brutto e del bello, ha contribuito solo ad offuscare la capacità di discernere tra bellezza e bruttezza, tra grandezza e pochezza e, in definitiva, tra sublime e banale.
Sta qui, dunque, in questo pesante controllo ideologico sull'arte operato sistematicamente dalla sinistra la causa della banalizzazione e dell'imbruttimento in cui versa oggi la produzione artistica nel nostro paese: almeno di quella che ancor oggi circola e si vede.
E qui arrivo al nocciolo del mio discorso: gli artisti che hanno rifiutato di arruolarsi all'ideologia di sinistra non l'hanno fatto perché preferissero pubblicare e far circolare i loro romanzi e racconti presso l'editoria e i circoli letterari underground, o allestire i loro spettacoli teatrali e le loro mostre di pittura presso i piccoli teatri delle parrocchie o nelle gallerie più sperdute dell'angiporto quando non, addirittura, nei garage forniti e attrezzati all'uopo da amici improvvisatisi mecenati; no, non lo facevano perché amassero in modo particolare accontentarsi di un pubblico ridottissimo e condannarsi quindi al (quasi) silenzio o invisibilità, ma perché hanno voluto restare aggrappati caparbiamente a quel concetto del fare arte che è la sua unica ragione di essere (e che il controllo ideologico della sinistra ha finito per negare), ossia quello di portare un po' di pathos e di bellezza nell'esistenza dei nostri simili.
Questo, cioè questa condizione di marginalità a cui sono stati costretti gli artisti liberi (quindi non di sinistra) è durata per uno sproposito di anni.
Solo oggi la situazione pare registrare qualche cambiamento il cui segno più chiaro è riconducibile alla decisa presa di posizione contro lo squallido panorama della cinematografia italiana emersa all'ultimo festival di Venezia e alla successiva richiesta a «farsi avanti» che Carlo Rossella, presidente della società di produzione Medusa, ha avanzato a nuovi autori e sceneggiatori.
Ma è da ingenui aspettarsi che inviti e richieste, pur provenienti da personaggi tanto autorevoli, bastino ad aprire la strada al nuovo finché i posti che veramente contano, cioè quelli che presiedono alla selezione, continueranno ad essere occupati (nel pubblico come nel privato) da dirigenti «organici», se non direttamente alla sinistra, al logorante e logorato pensiero unico che avvelena e immiserisce la nostra esistenza, e che respingono sistematicamente tutto ciò che non è allineato alla loro visione delle cose perché avvertito da essi come minaccia al sistema di potere che gestiscono.
Quindi il centrodestra, almeno là dove ne ha (o avrà) la possibilità, non può esimersi dall'operare quello spoil sistem a cui accennava Claudio Papini nel suo intervento in questo dibattito, contribuendo almeno ad aprire qualche spiraglio in più per il libero esercizio delle arti.