L’elefante sulla spalla del governo

Ha una scimmia sulla spalla. Si dice di chi si droga. Per il governo il sindacato non è una scimmia, è un elefante sulla spalla che ne schiaccia programmi e capacità realizzativa. Da subito si è colto nei furbi interventi (al di là di singoli elementi approvabili) di Pierluigi Bersani e in quelli scombinati di Vincenzo Visco, un segno di «classe» rivendicato anche da sindacalisti moderati come Luigi Angeletti della Uil. Il ministro della Sanità Livia Turco, poi, scegliendo come primo provvedimento quello sul doppio lavoro dei primari, non ha fatto risparmiare lo Stato, anzi ha determinato rischi di declassamento dell'intervento pubblico. Ma ha risposto al diktat sindacale per cui nel sistema pubblico deve «dirigere» solo chi ha un rapporto di lavoro integralmente «dipendente». Giuseppe Fioroni ha bloccato i tutor nelle elementari, eseguendo la volontà di un sindacato che già anni fa aveva fatto abolire il maestro «unico», nonostante le ragioni pedagogiche a favore della scelta, perché con il calo demografico c'erano problemi di occupazione. Altro che sogni di Tommaso Padoa-Schioppa di ristrutturare il pubblico impiego.
Oggi Romano Prodi vorrebbe tagliare cinque punti del cuneo fiscale sul lavoro dipendente, acquisendo così il consenso di grandi imprese e confederazioni nazionali.
L'operazione in sé non è del tutto sbagliata. Ma anche di fronte a una prospettiva così pro-sindacale, Cgil, Cisl e Uil non danno via libera a interventi sulla spesa pubblica. Vorrebbero catastrofici inasprimenti fiscali. Eugenio Scalfari è esterrefatto. Si chiede perché il buon Guglielmo Epifani sostenga una linea così irresponsabile. Eppure Ferruccio de Bortoli, peraltro non ostile all'ala modernizzatrice del centrosinistra, già prima dell'estate, aveva spiegato come la Cgil fosse il macigno al collo del governo. Non c'entra la buona volontà dell'ex Psi Epifani, la Cgil (dove tra l'altro contano i settori più duri) si fonda su un sistema di potere corporativo, egualitaristico (naturalmente per gli occupati a tempo indeterminanto, soprattutto di grandi imprese e pubblico impiego), centralistico, che non vuole mettersi in discussione: tutto ciò unito alla campagna di diseducazione di massa contro «l'Italia riccastra che pensa solo a sé, mentre quella poveretta non ha i soldi per il latte a fine mese». La demagogia unita a un solido sistema corporativo costituiscono un potere considerevole. L'ala «illuminata» della borghesia ha appoggiato Prodi contando su uno sfondamento a destra con conseguente maggioranza di ricambio autonoma dall'ala sinistra della coalizione: invece oggi Fausto Bertinotti e Paolo Ferrero hanno diritto di veto e sono di fatto gli esecutori delle volontà cigielline.
I ds non possono fare molto: hanno al ministero del Lavoro, Cesare Damiano, un fassiniano (cioè come dicono gli esperti di cose politiche: uno che dice cose anche giuste, ma poi si blocca nel realizzarle), per anni confinato a fare l'opposizione riformista ai massimalisti maggioritari nella Fiom Cgil, e quindi segnato anche da un complesso di inferiorità. La Cisl, infine, non potrà certo dare una grande mano al velleitario riformismo prodiano: sacrificati da Luca di Montezemolo agli intrallazzi con la Cgil, i cislini sono schierati a difesa della loro autonomia sotto la rocciosa leadership di Raffaele Bonanni, costretti a non fare sconti a nessuno. Bonanni d'intesa con un ex sindacalista molto simile a lui, Franco Marini, potrebbe venire buono in una fase successiva. Ma solo quando sarà chiaro il fallimento di un Prodi schiacciato dalla Cgil.