L’elisir per il cuore evade dalle «favole»

Dopo il successo ottenuto dalla «Forza del destino», domani Donizetti anticipa anche la finale dei Mondiali di calcio

Barbara Catellani

Non ci sarà bisogno di alcuna pozione miracolosa per attrarre il pubblico, domani sera (anticipato per la concomitanza con la finale dei Mondiali), nella splendida fortezza del Priamar per il secondo appuntamento del cartellone estivo dell'Opera Giocosa: «Elisir d'amore», «imbonitore» proprio il teatro savonese che ne vanta la produzione, segue «Forza del destino» - allestimento del Teatro Sociale di Rovigo - che ha dato il felice avvio alla stagione. Cornice ambientale d'effetto, ce ne siamo accorti proprio con la recente opera verdiana, se è vero che a stento, nella semi oscurità, il corpus dell'affascinante fortezza rinascimentale si staccava dalle scene di Alfredo Troisi, che una vaga somiglianza con la struttura cinquecentesca tradiva, finestre goticheggianti a parte, naturalmente. Brava l'orchestra «Malipiero» - con una nota di merito al primo clarinetto - e bravo anche il Maestro Lukas Karytinos, che con precisione ha controllato la musica fino all'epilogo. Ambientazione «tradizionale», e va bene così, con una regia, quella di Pier Francesco Maestrini, attenta alle connotazioni originali del libretto: i cambi di scena a vista non hanno disturbato affatto la rappresentazione e suggestive, nella loro essenzialità, le scene, che hanno sottolineato da una parte la quasi spettrale anima del dramma interiore dei protagonisti, dall'altra la sanguigna essenza del mondo popolare, con i suoi aspetti ora gioviali ora crudi e miserevoli. Imponenti anche le scene militari, non male il «bajo la guerra» che rosso campeggia durante «Al suon del tamburo» di Preziosilla, un inneggio al conflitto che in effetti rischia, di questi tempi.
Ora i protagonisti. Buon cast, ma trionfo soprattutto femminile, con una brava Susanna Branchini - Leonora - attenta alle finezze musicali ed espressive, pulita, con un ottimo gioco di intensità canora; la migliore del triangolo soprano-tenore-baritono, senza nulla togliere alla bellezza dei timbri di Keith Olsen, buona intonazione, poco preciso però in alcuni passaggi del registro intermedio e di Silvio Zanon, bella sonorità, ma che qualche cedimento ha accusato nella parte finale dell'opera. Successo per Claudia Marchi, Preziosilla in entrambe le recite, brillante e disinvolta, con una notevole agilità vocale; convincente Enrico Iori, timbro interessante, rotondo, che ha restituito un intenso e maestoso Padre Guardiano accanto a Christian Starinieri, pimpante ed abile Fra' Melitone, bella interpretazione e buona vocalità. Parti minori ben sostenute, coro (Teatro di Rovigo) e danzatori (Compagnia Fabula Saltica con la coreografia di Claudio Ronda) ben integrati nei grandi affreschi di massa.
Un'entusiastica accoglienza in platea che fa ben sperare per l'opera donizettiana, pronta ad ammaliare, con tutt'altro registro s'intende, il pubblico affezionato. Dalla tragica vicenda di sangue che distrugge la nobile stirpe dei Vargas alla tenerezza pastorale di Adina e Nemorino, ben lontani da vendette ed espiazioni, personaggi del quotidiano, autentici, umani - opera buffa versus opera seria - che vivono all'interno di una dimensione da favola, onirica e leggiadra. Motore della vicenda non l'assassinio, ma una semplice pozione, capace di scatenare gli imprevisti più impensati e di far ruotare i personaggi, secondo le parole del regista Davide Livermore, in una pazza giostra «felliniana». Ma è proprio una favola? «Mettiamoci davanti allo specchio - annota Livermore nei suoi appunti di regia -. Pensiamo alla necessità di "filtri" (e nel senso anche di "medium", quindi di tramite) che ha la nostra epoca, tra un talk-show e la Tv spettacolo: siamo sempre in cerca di qualcosa che ci restituisca l'amore perduto o che risolva i conflitti familiari. Ci sembrano ancora così inverosimili le vicende degli eroi donizettiani?». Insomma, che sia d'amore o di lunga vita, l'elisir fa sempre gola, e che l'effetto sia reale o «placebo» non importa, vero è che ancora oggi tutti aspettiamo il nostro Dulcamara.