L’elisir di lunga vita è una scintilla che incendia la «California felix»

Un fratello lontano ma affine, un padre nobile ma trascurato, una madre volgare ma amata. È questa la strana «famiglia» da cui proviene un’opera fra le meno note di Aldous Huxley (certamente in Italia, dove prima di questa edizione da Cavallo di Ferro - pagg. 334, euro 19, traduzione di Catherine McGilvray, da domani nelle librerie - era stata proposta soltanto due volte da Mondadori, nel ’49 e nel ’67). Il romanzo, datato 1939, è il primo lavoro del lungo e fruttuoso periodo californiano, e in esso l’autore inglese, non a caso, inserisce il personaggio di un inglese di 54 anni (lui di anni ne aveva allora 45...) chiamato proprio laggiù da un riccone ad assolvere un compito piacevole e benissimo remunerato.
Ebbene, il fratello è Settimio Felton, di Nathaniel Hawthorne, sorta di conte philosophique retto dalla ricerca dell’«elisir di lunga vita». Il padre è il barone Alfred Tennyson, il quale trasmette al libro di Huxley il cognome sotto forma di titolo: un titolo poeticissimo che, terminata la lettura, suona persino fuori luogo, troppo «alto» o troppo «basso», dipende dai punti di vista: Dopo molte estati muore il cigno. Quanto alla madre, non può che essere l’America: rampante, espansiva, invadente baldracca dello scenario internazionale. È lei che promette, nell’indaffarato e arruffato Ventesimo secolo, l’ottimismo dell’eterna giovinezza: proprio quella cercata dal povero Settimio, e la stessa che molto tempo prima dell’eroe sconfitto hawthorneano non ottenne, come avrebbe voluto la sua amante Eos, Titone (il Titone della mitologia greca riletto nel Titone di Tennyson...), costretto ad accontentarsi dell’immortalità non disgiunta però dalla decrepitezza della vecchiaia.
È una Los Angeles caotica, marchettosa e multietcnica, ad accogliere Jeremy Pordage, invitato dal supercapitalista senza scrupoli Jo Stoyte per dare un senso logico a 27 casse di documenti, le «carte Hauberk», che raccontano generazioni e generazioni di nobili inglesi. Intanto, in Spagna, Francisco Franco dà l’assalto a Barcellona, e lo smunto, il meschino figlio di una madre possessiva più di Giocasta decide di prendere la missione come una vacanza, poiché «l’orrore del mondo era arrivato a un punto tale che ormai gli dava solo noia».
Nel castello hollywoodiano di Stoyte, fra dipinti di maestri europei, pacchianerie e lusso sfrenato, bazzicano una bellissima escort di 22 anni, Virginia Maunciple, un medico di (poca) fiducia, Sigmund Obispo, e il suo aiutante idealista, Peter Boone, impegnati notte e giorno in misteriosi esperimenti di laboratorio per trarre dagli organi interni di topi e carpe... l’elisir di lunga vita (rieccolo). Ovviamente sia Obispo sia Boone sono attratti da Virginia, la quale in linea teorica sarebbe invece proprietà del padrone di casa. L’apparente equilibrio del bizzarro ménage a quattro è rotto da un coetaneo di Stoyte, suo ex compagno di scuola ed ex docente a Berkeley, Bill Propter, una specie di filosofo anarchico che non perde occasione per mettere in testa a Peter, reduce proprio dalla guerra civile spagnola, pericolosissime idee di fratellanza universale condite da abbondanti dosi di sano cinismo («Prenda un cristiano corrotto e ciò che resta di uno Stoico; mescoli il tutto con delle buone maniere, un po’ di denaro e un’educazione all’antica; lo cucini a fuoco lento per diversi anni in una Università. Risultato: uno studioso e un gentiluomo»).
Accade che anche il grigio Pordage, scartabellando tra le biografie contenute nei faldoni, trovi alcune tracce dell’elisir a lungo inseguito. Tracce che portano a Londra. Insomma, per ringiovanire occorre andare nel Vecchio Continente. Sarà la morte accidentale di qualcuno a far scoccare la scintilla della nuova vita? L’ottimista America risponderebbe «sì». Ma Huxley, come sappiamo, ottimista non era.