L’eloquenza dell’arte si coglie a piene mani

Elena Pontiggia

Non è chiara l'etimologia della parola «mano». Sembra che in sanscrito si dicesse «hasta», da cui sono derivati il sostantivo «asta» e l'avverbio «presto», che significa appunto «davanti alla mano, a portata di mano». Sembra inoltre che «arto», «arte» e «arma» derivino da una stessa radice, e forse su questa parentela bisognerebbe riflettere.
Etimologia a parte, un tempo il disegno delle mani era un capitolo fondamentale dello studio della figura e dell'anatomia. Il Morelli, nel suo famoso «Anatomia per gli artisti», uscito nel 1940 e usato da generazioni di studenti, scriveva che la mano esprime la massima perfezione del corpo, perché svolge un'infinità di funzioni, e spiegava diligentemente che lo scheletro degli arti superiori è formato da ventisette ossa: quelle del carpo e del metacarpo, cioè del polso e del palmo, e quelle delle dita.
Altri tempi. Oggi lo studio anatomico tradizionale è considerato superato e si studia poco. Non è detto che sia un bene. De Chirico, che in fatto di pittura non era l'ultimo venuto, in uno scritto del 1919 dava un unico consiglio agli artisti: copiate un calco in gesso dieci, venti, cento volte, fino a riuscire a disegnare una mano o un piede in modo che «se per un miracolo diventassero vivi, potessero trovarsi con le ossa, i muscoli, i nervi, i tendini a posto».
Ma disegnare una mano non è solo un problema di anatomia. Anzi, anche senza rispettarla a fondo, la mano è un elemento così eloquente che può rivelare più cose, da sola, di un'intera figura. Lo testimonia efficacemente una mostra singolare, in corso fino al 19 novembre alla Compagnia del Disegno (via Santa Maria Valle 5), che si intitola appunto «Mani» e raccoglie dipinti, disegni, sculture di oltre trenta artisti.
Quello che la rassegna dimostra, ci pare, è che nella pittura contemporanea il corpo, e in particolare quella parte così importante del corpo che sono le mani, è il luogo della tensione, dell'ansia, della nevrosi. Guardiamo per esempio le mani disegnate da Verdi, che sono un grumo di scatti irosi; oppure quelle di Keating, che coprono il volto con gesti tormentati. O quelle di Ceccobelli, che esprime il suo, e il nostro, malessere presentando dei guanti bianchi bruciacchiati e anneriti. Il motivo di interesse più intenso è in quello che nascondono, più che in quello che dicono. Intuiamo il disagio che anima quelle mani, quelle persone, ma non ne sappiamo la causa: e il loro accennare, mai troppo eloquente, mai troppo didascalico, diventa più incisivo di una narrazione diretta, che rischierebbe di diventare prevedibile o, peggio, retorica. «Ciò che è profondo ama la maschera» diceva Nietzsche. Così, in queste opere, l'anatomia si maschera. E, proprio mascherandosi, si rivela.
Graziella Marchi ha disegnato una mano che è invece un artiglio: una forma di saluto, o di intesa, che nasconde un'insidia. Le mani di Martinelli sono addirittura spettrali e sembrano quasi staccate dal corpo, che, in fondo, non conta. Quelle di Lodola, al contrario, racchiudono un universo di figure e segni.
Luca Vernizzi, infine, disegna un convulso gesticolare che dà l'idea della concitazione della vita contemporanea, in cui dobbiamo sempre fare troppe cose in troppo poco tempo. Nulla a che vedere con la calma dell'opera di suo padre Renato, maestro dei chiaristi, che ci mostra una mano femminile curatissima ed elegantemente smaltata: la mano di una signora che non deve aver molto da fare, e che suggerisce tutta una psicologia.