«L’embargo a Gaza è un aiuto agli estremisti»

Di Hamas fu ministro, ma senza precludersi posizioni critiche. All’esplodere delle violenze tra il movimento integralista e Fatah nel sud della Striscia di Gaza, a giugno 2006, si dimise per alcuni giorni dalla carica in segno di protesta per il deterioramento della sicurezza. Judeh Mourqos, 47 anni, guidava il ministero del Turismo; unico cristiano e politico indipendente nel Gabinetto del governo Hamas. Vive e lavora a Betlemme: conduce workshop per i giovani, «cerchiamo di insegnare alle nuove generazioni i valori di democrazia e diritti umani». Oggi, da cittadino palestinese, si scaglia contro «la violenza spropositata di Israele sui civili»; da ex politico, però, denuncia anche la «pericolosa» strumentalizzazione che Hamas sta facendo dell’embargo a Gaza.
Signor Mourqos, chi è responsabile del nuovo conflitto in Medio Oriente?
«La domanda non ha una sola risposta, siamo davanti a una situazione deteriorata da anni di promesse non mantenute e di violenza sulla popolazione civile. So, però, che bombardando Gaza, Israele ha dato una nuova arma in mano alla causa degli estremisti. Quello che il mondo dovrebbe chiedersi davvero in questo momento è “perché nel XXI secolo i palestinesi continuano a combattere per una libertà che non arriva?”».
La guerra sta spostando l’opinione pubblica palestinese verso posizioni più estremiste, strappando consensi al “moderato” Fatah?
«Quello che succede in questi giorni non può essere accettato da nessuno, di nessun colore politico o religione. Di sicuro oggi è più difficile convincere la gente che la pace con Israele è possibile e questa è una sfida enorme per il presidente Abu Mazen».
Lei parla di promesse mancate.
«È una vergogna che il nostro popolo sia costretto a vivere in queste condizioni. Soffriamo da ogni punto di vista: politico, economico, sociale e della sicurezza. È urgente che anche i palestinesi abbiano il loro Stato accanto a quello d’Israele. Ce lo hanno promesso George W. Bush, l’Europa e Abu Mazen».
Anche Israele, però, soffre per i lanci di razzi contro le sue città e le operazioni terroristiche.
«È vero, Israele ha i suoi problemi, lo sappiamo, e proprio per questo è impossibile andare avanti in questa direzione. È il momento ora di dare finalmente ai palestinesi il loro Stato, solo così anche Israele avrà la pace cui ha diritto».
Cosa favorirebbe una soluzione dell’attuale crisi?
«Prima di tutto entrambe le parti devono interrompere subito le attività militari contro i civili e sedersi al tavolo del negoziato. Poi, però, finché non si eliminano i check point, si fa di tutto per isolare i palestinesi e si ordinano raid e bombardamenti rimaniamo in un vicolo cieco»
E Hamas? Non dovrebbero anche loro compiere gesti di buona volontà?
«Finché Gaza è sotto assedio, finché la situazione umanitaria nella Striscia rimane disperata, Hamas - ma più in particolare la Jihad islamica - avrà sempre uno strumento per compattare l’opinione pubblica non solo palestinese, ma di tutto il mondo arabo, contro il “nemico” israeliano. Invece, mettendo fine all’embargo a Gaza, gli integralisti si vedrebbero privati di un’arma potente a loro favore».
La comunità internazionale sta facendo abbastanza?
«L’Unione europea sta lavorando in modo più efficace degli Stati Uniti, che questa volta appaiono meno presenti, forse per il periodo di transizione politica che vivono».
Cosa sperano i palestinesi?
«Date alla nostra gente una possibilità concreta per costruire la pace».