L’Eni è pronta a dialogare con i produttori di petrolio

Scaroni: «Disponibili a promuovere alleanze strategiche e a offrire tecnologie per la gestione dei pozzi»

Paolo Giovanelli

nostro inviato a Doha (Qatar)

Il petrolio oltre 75 dollari al barile fa paura a tutti, persino ai Paesi produttori. L’unanimità resta anche sulle analisi: tutti d’accordo sul fatto che domanda e offerta sono ormai alla pari e basta anche una piccola spinta della speculazione per far salire i prezzi. All’Energy Forum di Doha, capitale del Qatar, piccolo Stato del Golfo che ha scoperto la ricchezza grazie soprattutto agli immensi giacimenti di gas, gli attori del settore cercano di fare il punto su una situazione che forse non è mai stata così fluida. E sbuca una sorpresa: per la prima volta dallo choc petrolifero degli anni ’70 si torna a parlare di ridurre i consumi per tenere bassi i prezzi. Anche perché cominciano a crescere i dubbi sulla futura disponibilità di greggio. Ma arriva anche una proposta, che a dire il vero fa parte della tradizione Eni: un’alleanza tra compagnie petrolifere e Paesi produttori. Dalle nazioni sviluppate non dovrebbero arrivare «solo» dollari, ma anche tecnologie, progetti e infrastrutture.
«Siamo pronti a promuovere nuove alleanze strategiche - ha detto l’amministratore delegato Paolo Scaroni - si potrà pensare a piani integrati che potrebbero includere progetti per grandi raffinerie e stabilimenti petrolchimici, impianti per la liquefazione del gas e per la desalinizzazione dell’acqua. Nello stesso tempo potremo offrire tecnologie per la ricerca e la gestione dei giacimenti». E non a caso Scaroni ha osservato che bisogna comprendere gli obiettivi strategici dei produttori e aiutarli a realizzarli.
Ma intanto la quotazione del petrolio oltre 75 dollari non riflette le reali condizioni di mercato, né dalla parte dei produttori, né da quella dei consumatori. Innanzitutto solo una piccolissima parte del greggio trattato, forse meno dell’1%, passa di mano a 75 euro, e a volte si tratta solo di compravendite su carta: il grosso degli scambi, si diceva ieri a Doha, avviene intorno a 40 dollari. Il cliente finale, però, ne paga 200 al barile, perché i prodotti petroliferi in tutti i Paesi sviluppati sono caricati da una massiccia dose di tasse. Secondo Fatih Birol (Agenzia internazionale per l’energia) la via d’uscita va trovata su due fronti: «Il meeting sarà utile se si arriverà a una soluzione buona per tutti - ha detto al Giornale -: dal lato dei produttori bisognerà investire di più e costruire nuove raffinerie, ma queste andranno collocate anche nei Paesi sviluppati che dovranno usare il greggio in modo più efficiente». Ai buoni propositi dell’Aie si contrappongono i giochi di potere (politico ed economico) in seno all’Opec. Al meeting gli iraniani si sono fatti notare per la loro presenza nei corridoi: un segnale molto mediorientale di dissenso, portato avanti in modo che fosse notato, ma senza arrivare a una rottura. Teheran fa parte tradizionalmente dei «falchi» che spingono per mantenere i prezzi alti, affiancata su questo fronte dal Venezuela. E da parte sua Caracas è riuscita a sollevare qualche tensione nell’Opec sostenendo che tra le sue riserve vanno considerati anche i bitumi pesanti dell’Orinoco: un modo per avere diritto a produrre e a esportare di più. Con il rischio di fare scendere i prezzi reali. «Vogliamo riportare la soglia massima dei prezzi sui 60 dollari al barile - ha detto il ministro dell’Industria del Qatar, Abdullah Hal-Hattyah -; stiamo lavorando con gli italiani per le forniture di gas e la collaborazione va avanti con Edison in maniera positiva».