L’enigma Tondelli e la sua generazione

Il libro di Enrico Palandri sull’autore di «Altri libertini» riapre il caso dell’ultimo intellettuale-icona della nostra letteratura

La lettura del libro di Enrico Palandri Pier, sottotitolo esplicativo «Tondelli e la generazione» (Laterza), è quanto mai stimolante per chi voglia approfondire un momento importante della storia della nostra letteratura, quello del passaggio dal movimento del ’77 al riflusso degli anni Ottanta; dalla letteratura sperimentale e algida stile gruppo 63 a una prosa che si apre al reale, alla società per come è, all’imperfezione. Ma è anche utile, al contempo, per chi voglia intuire una piccola porzione del mistero che ogni scrittore degno di questo nome porta con sé. Un mistero che Tondelli ha sparso per le sue carte eterogenee, per quei nuclei «emozionali» (come ha acutamente scritto Roberto Carnero) che poi precipitavano in romanzi, articoli, reportage, progetti editoriali.
Siamo alla fine degli anni Settanta. La città è Bologna, a Bologna insegnano Eco, Giuliani, Celati, Scabia, Barilli (alcuni insegnano credo anche adesso, a testimoniare che le cose cambiano ma non poi così tanto): a Bologna c’è il Dams: discipline delle arti, musica e spettacolo, il ritrovo obbligato di tutti gli artisti italiani. Si leggono De Saussurre, Chomsky, Jakobson, la Kristeva, Bachtin. C’è il carnevale delle droghe, della creatività, i fumettari, il rock demenziale; piazza san Petronio è il ritrovo di questa massa di studenti che tra feste, pochi soldi, spinelli, eroina, autodistruzione, sogni, amori e derive politiche, sta già celebrando funebremente il suo mito, la sua leggenda. Si corre tutti a Roma per vedere i programmi culturali dell’assessore Nicolini, i poeti beat che arrivano come superstar e camminano per piazza Navona circonfusi di luce. «Tanti piccoli e sparsi flash per raccontarvi - scriveva Tondelli - ora che ormai l’autunno incombe, questa ultima e breve estate romana. Con i suoi concerti, i circhi in piazza, le rassegne di poesia, di cantautori, di balletti, e di musiche indiane, con maghi e prestigiatori, musicisti d’avanguardia e teatranti d’occasione...».
È una generazione giovane, quella del ’77, cresciuta in fretta o non cresciuta affatto: sono ragazzi innamorati e vitalistici di poco più di venti anni, che volano ad Amsterdam o dormono sulle spiagge spagnole senza preoccuparsi di prenotare in agenzia. E giovani, ingenui (ma neanche tanto) e prepotenti sono due libri che escono a poca distanza l’uno dall’altro: Boccalone di Palandri nel 1979 e Altri libertini di Tondelli nel 1980. Vengono subito etichettati (dopo un breve sequestro di Altri libertini per oscenità) come specchi di quella generazione. E invero sono due romanzi che chiudono e aprono un ciclo, racconti fedeli e deformati della Bologna del Dams.
Mentre Tondelli, sulla scorta di un mix inedito fra Arbasino e Testori, descrive storie di emarginazione (i drogati del Posto Ristoro di Reggio, le fughe all’estero in rifugi coatti, gli amori spericolati e omoerotici della provincia), Palandri racconta la storia semplice di un innamoramento, con tutta la bellezza che un amore può avere nella gioventù. La lingua è leggera e leggero è il testo, ma una leggerezza che resta e che definisce sia qualcosa di universale che qualcosa di legato a quella particolare esperienza di vita: la liberazione dalle pastoie politiche del post Sessantotto, per una ricerca identitaria (individuale e collettiva) che saltasse in tutto la fase dell’omologazione o come si dice in altri termini, della maturità. Così scrive Palandri: «La nostra, la mia e di Pier è stata una generazione di eretici. Perché se la storia è sempre la storia dei vincitori, l’eresia è la storia degli sconfitti». Palandri in sostanza traduce in termini di generazione, e di generazione sconfitta in politica (perché non riesco a cogliere altre sconfitte che questa), i temi di una scrittura che per lui diventa pratica quotidiana dell’esilio. Secondo questa vulgata, gli anni Ottanta desertificano, col loro ritorno all’ordine economico e all’egoismo, lo slancio sognante e generoso della generazione precedente. Da qui i dissensi col Tondelli forse più conosciuto, e cioè il cantore del postmoderno italiano, l’attento scrutatore dei fenomeni di costume, dei riti collettivi sparsi tra la riviera riminese e i concerti rock degli anni di Craxi, di Reagan e della Thatcher. Il Tondelli che in Rimini decantava la california italiana della Romagna e che, in Un week-end postmoderno, passa, senza soluzione di continuità dal teatro sperimentale alla fauna degli stilisti e dei viaggiatori tutto compreso.
Ma facciamo un passo indietro e proviamo a vedere se questa interpretazione regge. Guardiamo Tondelli da vicino e cerchiamo di capire se Altri libertini è veramente uno specchio della generazione, oppure è la forma mimetica di uno scrittore e della sua ombra (realtà e fiction), non riducibile a una indagine sociologica o generazionale.
Quel ragazzo - cioè Tondelli, e la generazione della fine degli anni Settanta - cercava un suo retroterra culturale dove c’erano i beat, certo, ma anche Testori, la Bachman, Auden. Quel ragazzo avrebbe avuto un diverbio con Umberto Eco che, in sede di esame di Semiotica, restò affascinato dal talento dispersivo e biografico di Tondelli, ma non esitò a battibeccare sull’ignoranza tecnica dell’autore. Non c’è da stupirsi, quindi, che Palandri racconti che quando si trovò di fronte per la prima volta Tondelli, nel 1980 in un incontro a Carpi moderato da Alfredo Giuliani, non riuscì a fare coincidere l’immagine che si era fatto di lui leggendo il suo libro con quella reale. La sensazione sembra acuirsi con la conoscenza del padre di Tondelli, Brenno: «Un uomo che mi fece molta simpatia e che complicò ancora di più, se era possibile, il mio giudizio sul rapporto fra Pier e la sua famiglia».
Lo stupore di Palandri non può non attraversare anche chi ha solo annusato l’opera di Tondelli, è uno stupore sano, che lo stesso Palandri, molto onestamente, non cerca di dissimulare. Come giustamente osservava Francois Whal, responsabile della letteratura italiana per le edizioni Seuil, a termine di un breve testo su Tondelli: «Queste pagine si limitano a evidenziare le dimensioni dell’enigma in cui è avvolta l’opera di Pier Vittorio Tondelli. Non è vero che il compimento di una vita permette di coglierne la verità. La sua verità Tondelli la teneva per sé, anche se forse non conosceva la verità di sé come scrittore».
Specchio di una generazione? Cantore degli anni Ottanta? Scrittore postmoderno? Frate trappista? Icona del mondo gay? Spirituale? Materiale? Timido? Vitalistico? Provinciale? Coltissimo? Ignorantissimo? Generoso? Malinconico? Cosa era Pier Vittorio Tondelli? Dove stava? Dove viveva? Lo sdoppiamento del ruolo di scrittore e di uomo, di fiction e realtà, sembrava coinvolgerlo fino allo stordimento, al cortocircuito: «Uno scrittore è una persona - diceva - che tenta di vivere scrivendo e cerca di fare in modo che la scrittura lo faccia vivere. Uno scrittore è sempre conteso fra questo buttarsi fuori e tornare nel silenzio». A meno che non sopravvenissero dei momenti vertiginosi, dei «satori», come li avrebbe definiti lui con una terminologia tra Kerouac e il buddismo. Coincidenze di opposti. Come quella che racconta in Camere separate, il suo libro del viaggio, della solitudine, della fuga, del lutto. Il protagonista, Leo, alter ego dello stesso Tondelli, si trova su un traghetto di ritorno da Patrasso, scende la notte e lui non ha di che proteggersi dal freddo, niente da mangiare e bere, mentre intorno una folla di ragazzi si nutrono di biscotti e panini e si addormentano nei sacchi a pelo: «Allora lui provò per un istante la intima e commossa gioia di poter vegliare sul sonno di quelle centinaia di giovani e che forse, se aveva perso la coincidenza a Atene, se si trovava in viaggio da tanti giorni, se era imbarcato proprio su quella nave e non su un’altra era perché doveva raggiungere quella panca di ferro verniciata di bianco e poter guardare lo spettacolo di una gioventù soddisfatta e tranquilla come mai e poi mai era stata la sua».
Tondelli è separato e veglia il rito collettivo degli uomini, è «perennemente in fuga»: un apostolo che sparge la sua pietà. Cerca la forma di una santità in vita, come l’ostia che riceveva ogni giorno durante la malattia. Non è in un tempo, in una generazione: è in un accordo interiore che viene definito dalla parola «scrittura». Un accordo insondabile, mobile e anche religioso, come ha ben rilevato il critico Antonio Spadaro. Il resto credo che sia sistemazione, razionalizzazione, catalogazione e lo scrittore vero evita tutto questo, è come un’anguilla. Riposa in un altrove dove il piacere della lettura non può che essere uno stare sulla soglia.