L’enigma del volto santo «cattura» il Papa

Il Pontefice al santuario abruzzese dove si conserva la «Veronica», il velo con l’immagine di Gesù

Andrea Tornielli

da Manoppello (Pescara)

Con la sua presenza, con la sua visita «privata che ovviamente non poteva essere del tutto privata», Benedetto XVI non ha sciolto l’enigma di quel volto misterioso, esposto da almeno quattro secoli nel santuario abruzzese di Manoppello, in provincia di Pescara. Non si è sbilanciato né ha ovviamente autenticato la reliquia. Ma certo con la sua visita lampo di poche ore - fatta per tenere fede a un impegno preso prima di diventare Papa con l’arcivescovo di Chieti-Vasto Bruno Forte - il Pontefice ha contribuito ad attirare l’attenzione nazionale e internazionale su questo sottilissimo pezzo di stoffa.
Ratzinger si è fermato in preghiera davanti alla reliquia, che ritrae il volto di un uomo, che ha i tratti somatici mediorientali e mostra chiari segni di ematomi e di ferite insanguinate. Il «Volto Santo» è un velo tenue, i fili orizzontali del tessuto sono ondeggianti e di semplice struttura, l’ordito e la trama si intrecciano nella forma di una normale tessitura. Le misure del panno sono 17 x 24 cm. È l’immagine di un viso maschile con i capelli lunghi e la barba divisa a bande. L’immagine è visibile in maniera identica da ambedure le parti della stoffa.
Prudentissimo, nel suo discorso Benedetto XVI non si è addentrato in considerazioni storiche riguardanti la reliquia, ma ha svolto una meditazione sul volto di Cristo a partire da quel primo incontro che i due futuri apostoli, Andrea e Giovanni, fanno con lui sulle rive del Giordano: «Colui che poche ore prima consideravano un semplice “rabbi”, aveva acquistato una identità ben precisa, quella del Cristo atteso da secoli. Ma, in realtà, quanta strada avevano ancora davanti a loro quei discepoli! Non potevano nemmeno immaginare quanto il mistero di Gesù di Nazaret potesse essere profondo; quanto il suo “volto” potesse rivelarsi insondabile, imperscrutabile». Il Papa ha quindi detto ai sacerdoti: «Se resta impressa in voi, pastori del gregge di Cristo, la santità del suo volto, non abbiate timore, anche i fedeli affidati alle vostre cure ne saranno contagiati e trasformati».
Prudenza dunque, e attenzione al significato della reliquia più che alla sua storia. Ma che cos'è, dunque, il santo volto? è davvero il fazzoletto con il quale una donna, la Veronica, avrebbe asciugato il volto di Gesù mentre saliva sul Calvario? Oppure è il sudario appoggiato sopra la faccia di Cristo deposto nel sepolcro? Il gesuita Heinrich Pfeiffer, docente di Storia dell’Arte presso l’università gregoriana, e suor Blandina Paschalis Schlömer, hanno condotto molte ricerche su questo pezzo di stoffa. Le analisi non avrebbero riscontrato residui o pigmenti di colore, dunque non è ben chiaro come il disegno si sia formato. Come ricorda Saverio Gaeta, nel suo libro intitolato L’altra Sindone (Mondadori), il volto di Manoppello è perfettamente compatibile e sovrapponibile a quello della Sindone di Torino, cioè del lenzuolo funebre che avrebbe avvolto il corpo di Cristo nel sepolcro. Un altro aspetto interessante: proprio le due immagini della Sindone e del santo volto appaiono utilizzate come prototipo per moltissime e antiche raffigurazioni del volto di Cristo, dai mosaici bizantini ai pittori fiamminghi del Quattrocento. Questa la storia della reliquia secondo da padre Pfeiffer: conservata fino al 705 a Costantinopoli, sarebbe stata portata non si sa come a Roma e qui gelosamente custodita. Per dissimularla e al tempo stesso concederla alla venerazione dei fedeli, i Papi l’avrebbero posta sulla grande icona Acheropita del Cristo e conservata nei palazzi del Laterano.
Ad un certo punto, però, il velo scompare da Roma, probabilmente rubato, anche se il Vaticano non ammetterà mai il furto. Il Papa fa allora dipingere un nuovo santo volto, in sostituzione dell’originale sparito. Nel frattempo, la reliquia ricompare a Manoppello, portata da un pellegrino all’inizio del Cinquecento. Dopo alcuni passaggi di proprietà viene infine affidata ai padri cappuccini che la custodiscono tutt’oggi. Certo, l’immagine che si vede sul velo dà l'impressione di un’opera pittorica. E una studiosa della Sindone, Emanuela Marinelli invita a non forzare la mano tentando di autenticare un miracolo che potrebbe non essere tale: «Ritengo che ci troviamo di fronte a un dipinto, nulla di più». Anche in questo caso, come in quello della Sindone di Torino, il mistero continua.