L’ennesima sconfitta del Massimo perdente

Il leader più gladiatorio della sinistra battuto da ministro degli Esteri, dopo aver «rinunciato» a Camera e Quirinale

Roma - E dire che quando nelle sale uscì Il Gladiatore, fra i suoi fedelissimi nei Ds era una gara a chi citava quella scena, la sequenza in cui Russell Crowe, vittorioso, attraversava l’arena, col gladio sguainato, e il pubblico tutto in piedi che gridava: «Mas-si-mo! Mas-si-mo!». Ma se è vero che in questi anni Massimo D’Alema è stato combattente coriacissimo e gladiatorio, è altrettanto vero che al contrario di Russell Crowe, per quanto sembri strano, è uscito non vincitore, ma gloriosamente sconfitto, da tutti i duelli che ha affrontato.
Ecco, il cortocircutio dei paradossi vuole che oggi il ministro degli Esteri D’Alema esca dal campo battuto per una questione di numeri, e per un pugno di voti, dopo che lui e i suoi avevano lungamente irriso Arturo Parisi per i conti fatti male nel drammatico voto di fiducia dell’ottobre 1998 (ieri erano due, allora uno solo). E che esca sconfitto dal dibattito parlamentare dopo essere volontariamente sceso nell’arena, quando, come ricordava ieri Anna Finocchiaro a Otto e Mezzo, «Avrebbe potuto benissimo tirarsi indietro». Il problema è che ieri molti si chiedevano: ma allora perché D’Alema - visti i risultati - continua a spingersi avanti? Ecco perché, questa, è stata l’ennesima pagina epica e crepuscolare, scritta dal più battagliero dei leader della sinistra italiana, dall’uomo che si era autodefinito «Spezzaferro» (per il vezzo di triturare tappi di bottiglia con le mani) che riferiva ironico di dormire con L’arte della guerra di Sun Tzu sul comodino. Solo che lo stratega cinese consiglia: «Se non puoi fare la guerra e vincere il tuo nemico, accordati con esso». Mentre lui, se proprio non può vincere con i suoi nemici, preferisce litigarci. Così D’Alema, in questi anni, ha messo corpo e anima nella Bicamerale, e ne è uscito con una clamorosa bocciatura. Poi ha coltivato il sogno della sinistra riformista con i Ds, e ora deve tentare la carta di riserva (un tempo aspramente combattuta) del Partito democratico. Aveva inveito contro il dilettantismo della società civile e dell’ulivismo a Gargonza, nel 1996, e poi si è dovuto acconciare a sposare il verbo ulivista a Orvieto (2006). E lui, lo stesso leader che aveva sostituito Prodi, si era costretto a ridursi a suo sponsor. Lo stesso leader che si era candidato a presidente della Camera, e costretto poi a essere «sacrificato» dall’incauto Fassino per eleggere Bertinotti. Lo stesso leader designato per il Quirinale costretto ad un «grande gesto di responsabilità» (parole amare della Velina rossa) per far posto a Napolitano.
Per un altro capriccio del destino, la sua sconfitta di ieri ha coinciso con l’uscita del più pacato e feroce dei pamphlet antidalemiani, quel Compagni di scuola scritto dal suo (ex) intellettuale di riferimento, Andrea Romano. Ma questa non è una coincidenza, perché dietro l’immagine geniale del «priapismo dalemiano» inventata da Romano, non si nasconde la perfidia di un avversario, ma la rabbia di un dalemiano deluso che sperava in un coraggio che andasse oltre il «machismo». A Concita De Gregorio D’Alema rivelò che «scolpiva i suoi deltoidi». E Romano annota diligentemente le esibizioni muscolari dell’ex premier che un tempo gridava «la politica siamo noi!» nelle aule parlamentari, ma poi «abbandonava le sue battaglie liberalizzatrici». E ricorda la straordinaria esibizione dialettica di D’Alema nella fossa dei leoni dei girotondini fiorentini (2003) che però si concludeva con un’altra sconfitta strategica. Dopo l’uscita da Palazzo Chigi, D’Alema annunciò che se ne andava a insegnare all’università, e poi si dedicò alla sua fondazione Italianieuropei tornando così in pista. Schiaffeggiò i Ds ma si fece poi eleggere loro presidente. E dopo il congresso di Pesaro annunciò che prendeva un anno sabbatico per insegnare in America (ma tutto si risolse con un giro di conferenze). L’ironia della sorte vuole che ieri una delle più brillanti firme de Il Foglio, Francesco Ciccio Cundari, già leader della (la definizione è sua) «Hitlerjugend dalemiana» di Roma rispondesse a Romano con una stroncatura sarcastica. E che esordisse con queste parole profetiche: «Il nuovo libro di Andrea Romano verrà presentato oggi al Senato da Massimo D’Alema. Inconsapevolemente s’intende». Ecco, è come se il dalemiano Cundari, che sognava una risposta nell’aula di Palazzo Madama, avesse invece previsto l’ennesima brillante sconfitta del suo leader maximo. Inconsapevolmente, s’intende.
Ps. Le ultime parole famose di Spezzaferro, solo due giorni fa: «Se perdiamo andiamo a casa».