Ma l’ennesima sconfitta smorzi i toni dei cantori

Cari amici del rugby, siete splendidi, meravigliosi, deliziosi ed invidiabili, ma adesso smettiamola con le favole. L’altro giorno San Siro ha mostrato una straordinaria festa di popolo, ottantamila persone (più oltre 2 milioni davanti alla tv, tra La7 e Sky) per gustarsi una partita di rugby in Italia sono da Guinness, ma poi fermiamoci e torniamo alla realtà. Nel rugby conta vincere, come in qualunque altro sport. Ce lo ha spiegato Martin Castrogiovanni, il pilone azzurro, appena conclusa la partita: «Grazie dei complimenti, ma a noi interessava il successo». C’era da abbracciarlo, nonostante la stazza e il sudore fresco.
Dopo esserci sorbiti una settimana di sbattimento di giornali e televisioni, come si trattasse della finale olimpica o di un campionato del mondo, dopo aver ascoltato commenti da far rimpiangere perfino l’insuperabile poetica di un Caressa, non ne potevamo più di una adulterazione della realtà così sfacciata. Qualcuno dovrebbe spiegare perché, davanti al rugby, ci inchiniamo tutti, anche se la nazionale nostra non vince una partita nemmeno per sbaglio. Davanti al calcio siamo molto più spicci, critici, talvolta (almeno alcuni di noi) impietosi. Qualcuno dovrebbe spiegare qual piacere ci poteva essere nel vedere per cinque minuti di fila il pigia-pigia di due pacchetti di mischia che non riuscivano a smuoversi nemmeno di tre centimetri. Il tutto accompagnato dal fastidioso refrain di un commentatore tecnico che la menava sulla «meta tecnica sì-meta tecnica no», come se da quella dipendesse il risultato di un match fossilizzato sul 20-6. Appunto 20-6, come se, nel calcio, all’ultimo minuto ci fosse la possibilità di segnare un rigore sul 3-0: bene, bravi, ma a cosa sarebbe servito il 3-1?
Immaginiamo la replica: non capisci cosa significhi realizzare una meta contro gli All Blacks, il rugby ha una purezza e una durezza che non comprendi, la nostra nazionale prima era nessuno, adesso si può permettere una partita ambiziosa anche contro i miti ovali... Bene, ma non ci sarebbe stato niente di male nell’ammettere che lo spettacolo migliore è venuto dal pubblico, la partita è stata vagamente noiosa e deludente, non basta la Haka per divertire, il rugby in Italia ha sprecato una grande occasione e la nostra nazionale ha subito l’ennesima batosta.
Il calcio ha, e avrà, tutti i difetti del mondo, ma il glorioso e ambizioso mondo degli sport vari deve conquistarsi con i fatti tutta la simpatia in lui riposta. E, allora, mettiamola così: nella stagione d’oro delle donne e nell’anno horribilis degli uomini azzurri, anche il rugby si è adeguato. Però avvisate i suoi cantori.