L’epopea del Duca invincibile

«Un principe io conosco, ora, che viene/ spesso in trincea dove più rischio c’è,/ e mi domanda se mi sento bene/ come tu, babbo, il chiederesti a me...». Gabriele d’Annunzio, ufficiale alle dipendenze molto indipendenti della Terza Armata, probabilmente avrebbe potuto snocciolare endecasillabi migliori, pure scontando il sentore da «Baci Perugina» inevitabile per certi versi d’occasione. E chi abbia una conoscenza anche vaga delle condizioni dei nostri marmittoni nel fango del Carso durante la guerra ’15-18, può forse stentare a credere che venissero risollevati dalle visite deamicisiane di Emanuele Filiberto di Savoia.
Eppure, un fondo di verità, c’è. O meglio, c’è la chiara raffigurazione del «mito» del duca d’Aosta. «Autorevole senza altezzosità, galante senza invadenza, snob senza soperchieria», con un talento innato per le pubbliche relazioni, come ce lo descrive Mario Cervi nella sua biografia Il Duca invitto (in allegato a Il Giornale da martedì 19 luglio) che il cugino di Vittorio Emanuele III sembrava fatto apposta per costituire l’ideale contraltare dell’epuratore e fucilatore Luigi Cadorna.
Quanto a decimazioni, intendiamoci, neanche Emanuele Filiberto c’era andato leggero. E come la pensasse sulle truppe ce lo narra, vero o meno che sia, un singolare aneddoto. Mario Silvestri racconta come, nel corso di una visita dell’onorevole Barzilai, un mutilato chiedesse di vedere il Duca. Licenziato il soldato, così Emanuele Filiberto si sarebbe rivolto al deputato: «Vede, quello era un militare indisciplinato, un sovversivo, un ribelle. Lo mandai a correggersi nelle primissime linee e tornò con una gamba in meno. Ora, messo in congedo, mi è venuto a salutare con riconoscenza, perché gli ho insegnato a compiere il suo dovere». «Il cinismo, quand’è involontario, diventa ingenuità quasi simpatica», commenta Cervi, che pure non manca di sottolineare come, a differenza di altri alti papaveri nelle retrovie, il Duca avesse una sia pur vaga consapevolezza che, se il morale era sotto le scarpe e le truppe non mostravano più l’entusiasmo iniziale, ciò non era dovuto solo a codardia. Certo, la soluzione rimaneva l’appello al «cuore», profuso nelle orazioni ai fanti che, novello Pericle, non si peritava di indirizzare a ogni occasione, in bello stile dannunziano, aiutato dalla soccorrevole penna del suo ghost, Nino Villa Santa.
Eppure, non c’era nulla da fare. Il Duca «stava simpatico», quasi che questa fosse (e sia tuttora) una parte insopprimibile nel Dna degli Aosta rispetto al ramo Savoia della dinastia. Un «piacione» d’antan, insomma. Intelligente o geniale, no, questo non si può dire. E, anche lui, vittima dell’ignoranza di rigore presso la Casa Reale. Però con abbastanza buonsenso dal capire che dell’antenato Emanuele Filiberto di Savoia «Testa di ferro», lui sì con il mestiere delle armi del sangue, aveva il nome e niente più.
Eh, sì. Poteva essere un guaio. Emanuele Filiberto aveva sfangato la guerra d’Abissinia. Impossibile, infatti, spedirlo sulle ambe dell’Etiopia senza un comando adeguato al suo rango. Ma quel comando non c’era. La manfrina si era replicata durante la spedizione di Libia. All’alba dell’intervento nella Grande Guerra, il comando ideale si era «liberato», complice Cadorna che si era vendicato di vecchi torti (supposti o subiti) nella sua solita maniera. Silurando il generale Luigi Zuccari. E servendo al Duca, che in trent’anni di carriera militare non aveva visto un campo di battaglia che fosse uno, il comando della Terza Armata su un piatto d’argento. Detta poi «l’invitta». Fosse la fortuna del principante (la Terza rimase indenne nel disastro di Caporetto, che fece a pezzi la Seconda), fosse uno stato maggiore meno disastroso degli altri, l’armata effettivamente di batoste non ne subì, pur venendo debitamente dissanguata nelle «spallate» cadorniane, nelle undici battaglie dell’Isonzo e nelle decimazioni di prammatica visto che, ebbe a notare Cadorna nella sua autodifesa dopo i fatti di Caporetto, nella Terza si era fucilato, fatti i conti, più che nella Seconda del «macellaio» Luigi Capello. Ce n’era d’avanzo, nelle sventurate tradizioni militari del Regno, per costituire una leggenda. Tanto da impensierire re Vittorio, se è vero che fu anche il terrore di venire spodestato dall’atletico e filofascista cugino a convincerlo a non firmare lo stato d’assedio che avrebbe mandato a carte quarantotto la Marcia su Roma.
La biografia di Mario Cervi, ovviamente, scorrazza con la consueta, informata leggerezza anche su altro. Sulla contrapposizione (topica) tra Savoia e Aosta, sull’effimero regno spagnolo del padre di Emanuele Filiberto, Amedeo, o sulle mattane, alla guida della flotta, del fratello Luigi, Duca degli Abruzzi. Sulla corte e sulle donne della Real Casa, divise tra bigottismo e una certa allegria di coscia. Sui rapporti di coppia (alquanto aperta) di Emanuele Filiberto e di Helene d’Orleans (altissima, biondissima, magrissima e vagamente cavallina), ad esempio, non si manca di ricordare un altro aneddoto che sembra portarci a tempi più recenti: «Il direttore di un grande albergo sul mare di Livorno raccontava che il Duca d’Aosta, ospite con una bellissima signora, naturalmente in incognito, udì nel cuore della notte una serie di inequivocabili sospiri. Incuriosito, telefonò al portiere per chiedere chi occupasse quella stanza. Dall’altro capo dell’apparecchio il dipendente, ignorando con chi stesse parlando, rispose: “La duchessa d’Aosta e il signor Emanuele Filiberto”. La mattina seguente fece recapitare alla moglie un fascio di rose con un biglietto spiritoso».
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