L’erba del vicino

Sono liberista, trovo interessanti alcune teorie sulla liberalizzazione della cannabis, dai 16 ai 19 anni mi sarò fatto una ventina di canne (ma non mi piacevano, non so che farci) e resto convinto che in modica quantità facciano assai relativamente male. Conosco giornalisti e parlamentari e persino magistrati che si fanno le canne, sono arciconvinto che altre sostanze psicoattive meriterebbero più attenzione (per esempio alcolici e psicofarmaci) e trovo assurda la contrapposizione tra proibizionisti e antiproibizionisti: insomma sull’argomento sono laico, non preconcetto, rispettosamente dubbioso, e tutto mi potete raccontare: tranne, come sostenuto da Guido Blumir sul Corriere della Sera, che i fumatori di canne «fanno parte della componente produttiva della società». Questo no. Questo significa confondere le eccezioni (e tante ne conosco) con la regola che ogni studio serio ha permesso di verificare: la massa dei fumatori di canne (ho detto la massa) è composta da persone che mediamente non reggono se stesse e che debbono come stemperarsi affinché il macigno della realtà non le spiaccichi, ricercare sempre nuove esperienze culturali o psicotrope che possano emendarli da quel mostro chiamato lucidità. Dire che i cannaioli sono parte della componente produttiva della società è come dire che la droga è lo spazzino della società: due estremizzazioni inutili, una par condicio di idiozia a consueta somma zero.