L’erede di Castro è Castro A Cuba scatta l’ora di Raul

«È morto il re. Viva il re!». È morto Castro, viva Castro. Questo il senso della cerimonia nel cosiddetto Parlamento dell'Avana che ha sanzionato la successione nell'ambito dell'ennesima dinastia comunista. Secondo copione, anche perché i protagonisti erano in realtà delle comparse: i 614 «deputati» eletti dall'Assemblea Nazionale, i 31 eletti dagli eletti al Consiglio di Stato, il vicepresidente che diventa presidente, il numero Tre promosso a numero Due. Dei nomi solo uno è davvero noto fuori Cuba, Raul Castro, minore di 5 anni di Fidel, comandante delle forze armate, ritenuto un cauto riformista. Gli altri erano conosciuti nei circoli di regime, a cominciare da Carlos Lage, detto il «cervello dell'economia», passando per il quarantaduenne Felipe Perez Roque.
Tutta l'isola ha visto o ascoltato la cerimonia, con sentimenti vari. Gli esuli, gli incarcerati, i perseguitati e coloro - i più - che anelano soprattutto a qualche miglioramento del tenore di vita e a delle piccole libertà: poter viaggiare all'estero, poter comprare o vendere la casa in cui vivono, prendere il sole sulle spiagge finora riservate all'abbronzatura dei turisti stranieri. E naturalmente il re che ha abdicato ma che si presume regista dell'operazione successione. Chissà se Fidel è ancora convinto di essere quello che ha detto e gli hanno detto in mezzo secolo di potere assoluto: insostituibile. I dittatori di solito si credono tali e anche per questo quando vengono meno loro tutta la loro opera frana. Nel caso di Castro questo era certo fino a un paio d'anni fa, prima che la malattia lo mettesse fuori gioco. Oggi è meno sicuro e si affaccia l'ipotesi di una transizione lenta e forse indolore, sempre però passibile di un esito brusco o di un caos senza esito.
Le indicazioni, poche e contraddittorie, vanno nel senso che il Castro numero due e almeno parte dei suoi consiglieri cercheranno di fare qualcosa a piccoli passi. Raul è considerato un «cauto riformista» e dopo decenni di ortodossia sovietica, dopo la costruzione tenace del mito del Socialismo caraibico, si è cominciato all'Avana a parlare della Cina, a evocare il modello di un grande Paese in cui i comunisti hanno scaricato il comunismo pur di conservare tutto il potere.
A breve termine a Cuba sarà probabilmente più difficile e non perché un referendum di otto anni fa ha inserito nella Costituzione la clausola del «socialismo irrevocabile» e perché Fidel ha lasciato lo slogan «Socialismo o muerte». Ci sono fattori esterni di cui tenere conto. Da un lato la tensione con gli Stati Uniti, diventata ormai una questione di principio al punto che Raul ha offerto agli Usa un esile ramoscello d'olivo precisando però che è soltanto «per il dopo Bush». Dall'altro la paradossale sopravvivenza del mito fidelista ai disastri di Fidel. Il vero erede del castrismo non è oggi un cubano ma Hugo Chavez. È dal Venezuela che è partita l'ondata del «castrismo del 2000» con gli arcaici slogan fidelisti degli anni Cinquanta e Sessanta. Con la differenza che Castro predicava e agiva in un'isola povera che il suo esperimento ha ulteriormente impoverito, mentre le illusioni della Revolucion di Chavez sono nutrite e unte dal petrolio.
Alberto Pasolini Zanell