L’eredità di Longanesi «cattivo maestro»

Esiste un libro perduto di Indro Montanelli, che forse non sarà mai più ripubblicato, perché offuscherebbe quell’aura di politicamente corretto che si è voluta appiccicare sul grande giornalista, fino a farne l’icona di una sinistra che appare disperatamente in cerca di nuovi miti. Stiamo parlando delle Lettere a Leo Longanesi e ad altri nemici, edite nel 1955, che si aprivano con uno straordinario pezzo, dove Montanelli rievocava la sua gioventù fascista, intransigente e generosa, in tutto tradita dalla degenerazione del regime. Anche se non tutte le corrispondenze erano indirizzate a Longanesi, il loro insieme costituiva un dialogo ininterrotto con quella figura geniale di grande organizzatore culturale, che fu appunto il direttore del Borghese degli anni Cinquanta, e che ora ci viene ricordata nel saggio di Andrea Ungari: Un conservatore scomodo. Leo Longanesi dal fascismo alla Repubblica (Le Lettere, 2007, pagg. 111, euro 12,50).
Lo studio di Ungari non parla, se non di sfuggita, del propagandista fascista, inventore dello slogan famoso («Mussolini ha sempre ragione»), ma parte dalla lunga notte del ’43, dallo squagliamento italiano dell’8 settembre, dall’evasione da Roma, ridivenuta capitale dell’Asse, verso Napoli, narrata da Mario Soldati in Fuga in Italia (Sellerio, 2004, pagg. 130, euro 9) e da Longanesi, appunto, in Parliamo dell’elefante (Rizzoli, 2005, pagg. 193, euro 13). Due racconti che finiscono per rassomigliarsi fino all’identità assoluta, quando descrivono la catastrofe materiale e morale di una nazione. Diversissime, invece, saranno le testimonianze dei due intellettuali, una volta giunti nella città partenopea. Per Soldati, l’approdo napoletano equivaleva alla riconquista della libertà. Per Longanesi, la metropoli vesuviana altro non era che deposito di materiali e bordello per truppe. Una capitale del vizio e della degradazione, popolata da sciuscià, prostitute, piccoli e grandi profittatori, ma anche da un nuovo animale politico: l’antifascista per professione. Non i rari oppositori degli anni del consenso a Mussolini, ma la folla dei fuoriusciti rientrati in patria, assieme alle salmerie degli Alleati: «pettegoli e piccoli borghesi, benché ostentino un linguaggio rivoluzionario», per i quali il defunto regime fu «non avversario politico ma nemico personale, che li privò di potere, cariche, privilegi».
Era un ritratto all’acido prussico che non risparmiava nessuno. Né Omodeo e i suoi accoliti: «anonimi professori, vestiti di scuro, simili a venditori ambulanti di penne stilografiche». Né Sforza e il suo funambolismo politico. Né Croce e la sua corte, di cui il filosofo era, allo stesso tempo, pontefice massimo e grande inquisitore.
Tra livore e rancore, nasceva così l’«anti-antifascismo» di Longanesi, molto simile a quello del «Fronte dell’Uomo Qualunque» di Giannini e dei reduci di Salò. A proposito di questa tendenza, Ungari elogia «il valore di un pensiero conservatore distante dal progressismo d’accatto del secondo dopoguerra». Una constatazione, sicuramente condivisibile, ma che non evidenzia le ombre dell’eredità di Longanesi, la quale avrebbe, a lungo, immobilizzato l’opinione pubblica moderata nella sterile recriminazione contro il nuovo e nella nostalgia dei buoni, antichi, valori perduti, impedendo alla nostra borghesia di comprendere che nessuna tradizione poteva sopravvivere senza modernizzazione. E, in questo almeno, Longanesi fu forse «cattivo maestro», soprattutto nei confronti della parte politica che intendeva rappresentare.
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