L’eredità di Marco Biagi

Giuliano Cazzola*

A distanza di sei anni dalla morte per mano di un commando brigatista, Marco Biagi vive nelle opere dedicate alla sua memoria. Innanzi tutto la Fondazione, voluta e animata dalla moglie Marina Orlandi, che svolge un’intensa attività di promozione culturale di livello europeo ed internazionale; il Centro studi incardinato nella Università di Modena diretto da Michele Tiraboschi; la pubblicazione di una prestigiosa rivista giuridica e di un utilissimo bollettino on line che è divenuto uno strumento indispensabile per i cultori e gli operatori del diritto del lavoro; l’impegno di un gruppo di giovani ricercatori preparati e fortemente motivati. Ma è sul piano politico che Marco ha ottenuto quegli attestati che, prima o poi, spettano ai giusti, anche quando, per lungo tempo, sono stati insultati e vilipesi. Se nel 2006 tanto la Cgil, quanto l’Unione si scagliavano contro la legge n.30/2003 (rifiutandosi, peraltro, di riconoscerne l’intitolazione al professore Biagi) chiedendone ora «il superamento», ora «l’abolizione», ora «la drastica revisione», oggi su quelle posizioni è rimasta soltanto «la sinistra arcobaleno». Nel programma del Pd non si parla più della legge Biagi, anche se è ricominciata, per iniziativa dello stesso Veltroni, la «giostra del Saracino» intorno alla figura del precario. Fateci caso: quando il leader del Pd tiene dei discorsi è - sempre e disinvoltamente - più riformista di quanto gli sarebbe consentito da un’attenta lettura del programma elettorale del partito, nelle cui pagine non mancano rigurgiti statalisti e dove le solite problematiche ostili alla flessibilità del lavoro emergono nei contenuti e nelle proposte (a partire dall’idea di introdurre un salario minimo legale).
Verrebbe da chiedersi - ora che si annuncia la vittoria elettorale del Pdl - quali sarebbero le posizioni di Biagi nel dibattito aperto in materia di lavoro. Le idee di Marco a proposito dei nuovi ammortizzatori sociali e del tema cruciale della riforma della contrattazione sono state affidate al Libro bianco sul mercato del lavoro, un documento tuttora ricco di intuizioni e di suggerimenti appropriati. E in materia di licenziamenti? Anche se in tanti girano al largo del problema (a partire proprio dalla Confindustria) la questione non è archiviata per sempre dopo la sconfitta (o meglio la resa) sulla revisione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, incassata dall’allora governo Berlusconi nel 2002.
È stata l’Unione europea a porre l’esigenza, nel quadro di un sistema di flexsecurity, di una maggiore flessibilità «in uscita» dal rapporto di lavoro, quale indispensabile contributo alla crescita dell’occupazione prima ancora che alla capacità competitiva delle imprese. In Italia, il Pd ha messo in campo, candidandolo al Senato, Pietro Ichino, un giurista moderno e coraggioso, che non ha esitato un solo momento ad esporre le proprie opinioni sugli aspetti giuridici più delicati (disciplina del licenziamento compresa), allo scopo di riunificare il mercato del lavoro demolendo quel muro che adesso esclude gli outsiders dalla «cittadella delle garanzie» ostinatamente presidiata dagli insiders. Le posizioni di Ichino hanno imbarazzato il Pd che si è affrettato a prenderne le distanze.
È singolare, però, che analogo atteggiamento sia stato assunto, in più occasioni, da Giulio Tremonti, il quale ha dichiarato in un’intervista a La Stampa: «Ho sempre ritenuto che è migliore la libertà di assumere rispetto alla libertà di licenziare. Non credo che l’eliminazione dell’articolo 18, una norma largamente sopravvalutata, sia una priorità. Del resto - ha proseguito - la struttura sociale europea non è preparata ad una forsennata mobilità». Premesso che nessuno si è mai sognato di proporre l’eliminazione dell’articolo 18 né di auspicare una «forsennata mobilità», trattandosi, invece, della sola revisione dell’attuale disciplina in chiave di tutela obbligatoria (col risarcimento del danno) e non più reale (con la reintegra nel posto di lavoro), se non per i licenziamenti di carattere discriminatorio, chi gli fu amico sa bene come reagirebbe oggi Marco Biagi.
Pochi mesi prima della morte il professore preparò una breve relazione per il governo in tema di regole per la risoluzione del rapporto di lavoro. «Una delle priorità nella agenda della modernizzazione - scriveva - è certamente quella della flessibilità in uscita. Il nostro sistema è più rigido e antiquato di quello esistente in molti dei nostri partners europei. Oltre a ciò è chiaro che se abbiamo un alto tasso di rigidità in uscita rispetto alla disciplina del lavoro subordinato standard, a tempo indeterminato e iperprotetto i nostri datori di lavoro ricorreranno sempre di più al lavoro flessibile... D’altra parte - proseguiva - il tema della flessibilità in uscita può essere affrontato anche su un altro versante: quello di una incisiva riforma dell’arbitrato in materia di lavoro, senza che ciò significhi svuotare il ruolo della magistratura».
Del resto, che Marco non avesse dubbi in proposito si rileva anche dal fatto che la norma di revisione parziale dell’articolo 18 era contenuta nell’articolo 10 del ddl che, una volta approvato (con lo stralcio del suddetto articolo), assunse il nome di legge Biagi.
*Presidente del Comitato per la difesa e l’attuazione
della legge Biagi