L’eredità del Psi che Bertinotti vuol conquistare

Pietro Mancini

Fausto Bertinotti può diventare il capo di un nuovo e forte partito socialista? La domanda l’hanno posta di recente alcuni commentatori all’indomani del viaggio del presidente della Camera a Budapest, dove ha reso omaggio alla tomba di Imre Nagy, il leader della rivolta ungherese di 50 anni fa, che venne stroncata dai carri armati sovietici, tra gli applausi del Pci di Togliatti, Pajetta e Napolitano. Con eccessiva fretta, qualche estimatore di Bertinotti ha sostenuto che il Prc sarebbe il partito socialista del Duemila e potrebbe allargare la sua influenza sull’elettorato ex Psi, qualora decidesse di buttare nel cestino i richiami al comunismo.
Ma certe aperture di credito alle ambizioni bertinottiane non sembrano, tuttavia, avere redici solide, sebbene giustificate dallo stallo del progetto del Partito democratico e dai tentennamenti del vertice della Quercia. La tradizione del socialismo italiano ed europeo c’entra poco con il progetto di imbarcare comunisti, trotzkisti, noglobal, filo-castristi, autonomi, ambientalisti no-Tav, gay e femministe. I più recenti laudatores del «parolaio rosso», come Giampaolo Pansa ha ribattezzato il presidente della Camera, hanno dimenticato che, nella sua centenaria, travagliata ma gloriosa storia, il Psi ha sempre rivendicato l’autonomia della politica e dei partiti da movimenti, gruppuscoli e girotondi.
Se Bertinotti intende proporsi come un coerente leader socialista, lo dimostri. Basta con gli ossequi al dittatore cubano Fidel Castro, spietato con gli oppositori. Cestini parole d’ordine come «anche i ricchi piangano», archiviando le richieste a Prodi di appioppare agli italiani nuove ed esose tasse su patrimoni e rendite mentre si bloccano le opere pubbliche, dal ponte sullo Stretto alla Tav.
Oggi si avverte l’assenza nel panorama politico italiano di una forza socialista che assuma il timone riformista della coalizione, tenendo a freno le intemperanze e i massimalismi dei cespugli dell’estrema sinistra, che invocano lacrime e sangue per il ceto medio. Ma Bertinotti tace e acconsente. E non sembra proprio nutrire alcuna aspirazione a ridar nuova linfa ideale e forza politica alle battaglie del socialismo. Anzi, appare molto soddisfatto e compiaciuto del suo ruolo e di quel partito che, per quegli strani paradossi della storia e della politica, è notevolmente cresciuto nonostante la sconfitta comunista nella «guerra del secolo» contro la socialdemocrazia.
Certo, in qualcuna delle sue non rare esternazioni, Bertinotti si è richiamato a Riccardo Lombardi, che fu il leader della corrente di sinistra nel Psi all’epoca del primo governo di centrosinistra. Ma a Lombardi, onesto e appassionato dirigente, Pietro Nenni e gli altri capi autonomisti rimproverarono sempre un deleterio massimalismo, che lo portava a inseguire disegni fumosi e progetti astratti, del tutto avulsi dalla realtà sociale ed economica del Paese. Evidentemente, come il buon Riccardo, pure Fausto è attratto dal «fascino della bella sconfitta» e predilige inseguire utopie («Mi piacerebbe - ha detto di recente - che ci fosse una dittatura di Rifondazione comunista») e coltivare il proprio orticello. Prospettive più allettanti e comode rispetto al lavoro per il rilancio di una forza socialista moderna, che pure sarebbe necessaria e auspicabile, nell’attuale e assai confusa fase politica.