L’eredità socialista non è della sinistra

Fabrizio Cicchitto*

La discussione sulla «questione socialista» non è, come sembra ritenere Bobo Craxi, un fatto «privato» di esclusiva competenza di chi ha in tasca la tessera di uno dei partiti (lo Sdi o il Nuovo Psi) nei quali si è dislocata una piccola parte di quella che viene chiamata la «diaspora socialista», termine che, «latu sensu», riguarda invece qualche migliaio di «quadri» di vario livello che militavano nel Psi e due-tre milioni di elettori, larga parte dei quali dal 1994 al 2001 ha votato per Forza Italia.
Diciamo di più: quando si parla della «questione socialista», come del movimento cattolico, o dei comunisti e dei post-comunisti, il dibattito è circolare e aperto a tutti trattandosi di tendenze politico-culturali che hanno percorso la storia del Paese. Di conseguenza le rivendicazioni dell'autoreferenzialità del dibattito sono ridicole. A maggior ragione questo diritto appartiene anche ai socialisti riformisti, ai liberalsocialisti che hanno deciso di militare in Forza Italia sia perché questa scelta ha riguardato una parte cospicua dell'elettorato socialista, sia perché essa è stata così poco peregrina che il Nuovo Psi è collocato da tempo nella Casa delle Libertà, ha i suoi ministri e sottosegretari nel governo Berlusconi e Bobo Craxi è un parlamentare della Repubblica perché, sua sponte, si è fatto eleggere nelle liste di Forza Italia.
Detto questo, veniamo al merito. A chi, come lo Sdi o i Ds, agita lo slogan «il posto dei socialisti è a sinistra» ricordiamo che, con quello che avvenne nel '92-94, cioè con la distruzione del Psi pilotata da alcune Procure, da alcuni quotidiani, da un gruppo finanziario-elettorale, dal Pds, è finita la nozione di sinistra quale storicamente abbiamo conosciuto dal '44 al '92. Quella sinistra era fondata appunto sul rapporto dialettico, insieme unitario e conflittuale, fra il Psi e il Pci. Quella nozione di sinistra è finita per la semplice ragione che una parte di essa, il Pci, contribuì molto attivamente alla distruzione dell'altra, il Psi. Tutto ciò è dimostrato dall'attiva azione politica di tutto il gruppo dirigente del Pci-Pds dell'epoca guidato da Achille Occhetto e da Luciano Violante, e dalla collezione dell'Unità di quel periodo: la sua lettura o rilettura è molto istruttiva. Per venire ai giorni nostri non è vero che, anche per favorire la ridislocazione nell'Unione di Bobo Craxi e dei suoi compagni, sia stata fatta dai Ds una reale riflessione autocritica sugli anni '92-94, su tangentopoli, sul comportamento di un settore della magistratura, sulla stessa figura di Bettino Craxi, né tantomeno sulla giustizia. In compenso, Bobo Craxi ha già trovato a fare gli onori di casa per l'Unione Antonio Di Pietro, che lo ha accolto dicendogli gentilmente che le colpe dei padri non possono ricadere sui figli. Allora noi rimaniamo del parere che, specie in un sistema bipolare, non ci si può alleare con chi ha distrutto il Psi non sulla base della forza delle idee e dei programmi, ma attraverso l'uso politico della giustizia e dei media.
Detto questo le differenze riguardano non solo il passato, ma anche il presente. Non è un caso che i «miglioristi» rimangono una ristretta minoranza anche nei Ds, dopo esserlo stati nel Pci. Per ciò che riguarda la politica estera, nel centrosinistra è fortissimo l'antiamericanismo, Blair viene considerato un «deviazionista», conserva il suo fascino il vecchio schema dell'alleanza preferenziale con la Francia e la Germania in alternativa al rapporto con gli Usa e l'Inghilterra, viene richiesto il ritiro immediato delle truppe italiane dall'Irak (tutte posizioni che il Nuovo Psi nella sua globalità ha contestato fino a poco tempo fa). In politica economica non c'è nei Ds la concezione revisionistica del welfare propria di Blair e dello stesso Schröder. In politica economica il centrosinistra ha una posizione tatticista, fondata su una sorta di cartello dei no: è ultrakeynesiano in Italia, dove sostiene in ogni settore l'aumento della spesa pubblica, e monetarista in Europa dove condivide la politica della Bce.
Nella politica del mercato del lavoro, il centrosinistra è contro la legge Biagi e si ripromette di cambiarla profondamente. Sulla politica della giustizia, il centrosinistra ha continuato a fare da sponda all'Anm perché in esso continua a rimanere fortissimo il «partito dei giudici». Anche per quello che riguarda un tema oggi controverso, quello della legge elettorale, il centrosinistra manifesta un'opposizione frontale al proporzionalismo caro ai socialisti. Infine ricordiamo agli smemorati che è stato proprio Berlusconi a contestare alla radice l'operazione di demonizzazione fatta dai post-comunisti nei confronti di Bettino Craxi e di totale emarginazione nei confronti dei socialisti che era scattata dal '92 e che è durata molti anni e che era così rigida, cupa e chiusa che arrivò al punto di non consentire neanche a Bettino Craxi di tornare in Italia per operarsi. Invece Bobo Craxi ha bevuto l'acqua del Lete, rimuove tutto ciò che è successo nel passato e chiude gli occhi di fronte a ciò che sono oggi i Ds e il leader del centrosinistra Prodi. Per quello che ci riguarda, riteniamo che i socialisti, quale che sia la loro collocazione partitica, non devono nutrire nessun complesso di inferiorità e tantomeno devono andare a ricollocarsi nel centrosinistra per riconquistare rispettabilità e per essere riabilitati, magari al festival dell'Unità.
*Vicecoordinatore di Forza Italia