L’eredità di Tangentopoli

E due. Dopo la scissione della sinistra democratica di Mussi e Salvi e l'adesione di Angius alla Costituente socialista anche Lamberto Dini con altri due senatori non aderirà al Partito democratico. Quando si pensa di fare di due diverse culture un solo partito è questo quello che capita. Si formano subito altri piccoli partiti e intanto quello che dovrebbe nascere non si sa ancora cosa mai sarà, anche perché prima ancora di definirne forme e contenuti, statuto compreso, si elegge un segretario cui affidare la salvezza di un progetto che non c'è. Come si vede siamo sull'uscio della schizofrenia. È questa la vera crisi della politica italiana, altro che il privilegio di questo o di quel parlamentare. Una politica incapace di farsi riconoscere e con crescenti difficoltà ad assumere qualsivoglia decisione è una politica che marcia con allegra incoscienza verso il baratro dell'implosione.
E nessuno sembra poterci fare qualcosa. Anzi vi sono i soliti interessi che aiutano ad innescare il detonatore dell'implosione dell'intero sistema. Per chi pensa che noi siamo afflitti da inguaribile dietrologia (per cultura e temperamento siamo l'esatto contrario) sarà sufficiente riguardare la puntata dell'altra sera di Ballarò e seguire con attenzione ciò che ha detto Paolo Mieli.
Il direttore del Corrierone dopo alcune valutazioni coraggiose («senza professionisti della politica e con i populisti la democrazia muore») si è lasciato andare e ha detto che delle due l'una o i partiti si danno una mossa o bisogna creare un infarto dell'attuale classe dirigente come avvenne nel 1992. Noi già lo sapevamo ma mai avremmo immaginato una così chiara pubblica confessione di Paolo Mieli sul ruolo suo e del Corrierone nella vicenda di tangentopoli allorquando il diffuso costume di non dichiarare i contributi elettorali venne trasformato in corruzione, concussione e reati di ogni tipo per distruggere i partiti di governo e portare alla guida del Paese quei comunisti che crollavano in tutta Europa. La sincerità anche se tardiva va sempre apprezzata. In questo caso non si tratta di un contrito pentimento per il disastro in cui è stato precipitato il Paese. Ancora una volta invece siamo di fronte ad una impudente riproposizione di un antico progetto di potere dell'establishment economico-finanziario di questo Paese. Nei primi anni ’20 Luigi Albertini con il suo Corriere resistette a quel populismo che aprì le porte al fascismo pagando un altissimo prezzo personale mentre oggi il Corriere dei finanzieri e dei banchieri è alle spalle della piazza e delle sue minoranze attive. Non lo diciamo noi ma gli stessi protagonisti. Mentre un principe del pensiero liberale come Angelo Panebianco ha sollecitato nelle scorse settimane una «delegittimazione preventiva» dell'attuale classe politica italiana (guarda caso dopo qualche giorno sono arrivati i comizi di Beppe Grillo) Paolo Mieli ci va giù pesante e dice che forse è utile «provocare un altro infarto come quello di 15 anni fa». Sia chiaro, noi condividiamo in pieno la diagnosi su una politica che fa acqua da tutte le parti, ma la soluzione non è quella di continuare a distruggere. E poi chi ha voluto il sistema maggioritario, l'abolizione del voto di preferenza, il premio di maggioranza e la rimozione delle grandi culture politiche ritenute vecchie arnesi da riporre in soffitta se non quelli che oggi aggrediscono ciò che hanno creato e cioè una democrazia sbilenca fatta solo di lotte di potere.
La soluzione è tutta un'altra. Nell'incapacità dei partiti di rifondare la politica per dare nuova autorevolezza alle istituzioni repubblicane, sarà utile, forse, rifondare le istituzioni per dare nuova autorevolezza alla politica. La scelta urgente, lo ripetiamo, è quella di passare ad una democrazia presidenziale con un Parlamento eletto con un sistema proporzionale, con soglia di accesso e voto di preferenza. Ciò che abbiamo oggi sotto gli occhi altro non è che il frutto della distruzione del ’92. Chi la determinò invece di scusarsi vuole ancora distruggere. I veri democratici ovunque siano devono raccogliere l'accorato appello del Presidente della Repubblica e hanno il dovere di ribellarsi offrendo alternative democratiche per far uscire l'Italia dalla palude.
Il tempo è davvero scaduto. Chi ha la possibilità di agire lo faccia perché il Paese nel tempo gli sarà grato.
Geronimo