L’eresia del Cenacolo secondo Javier Sierra

L’inesauribile fortuna di Leonardo e del suo capolavoro: dopo il «Codice da Vinci» ecco «La cena segreta»

Avete 15 minuti di tempo per sostare nel refettorio di Santa Maria delle Grazie: biglietto alla mano, davanti a voi sta l’Ultima Cena dipinta tra il 1495 e il 1498 da Leonardo da Vinci su commissione di Ludovico il Moro. A meno che non vi comportiate come lo spagnolo Javier Sierra che di visite ne ha prenotate quattro di fila.
Sierra, che ama districarsi tra i misteri dell’arte e della scienza, è direttore di Mas Allá (letteralmente: Aldilà, magazine specializzato nel paranormale) e consulente di Telecinco. Quando ancora al Cenacolo non si andava con il Codice da Vinci, il giovane Sierra si immergeva nella lettura del Vasari, del saggio La rivelazione dei Templari dei britannici Picknett e Prince (gli stessi che stuzzicarono la fantasia di Dan Brown) senza trascurare le note al restauro della professoressa Pinin Brambilla Barcilon. Ecco perché gli ci sono voluti tre anni per scrivere La cena segreta (in uscita in questi giorni per l’editore Marco Tropea). Ma se Brown non dedica più di qualche paginetta al Cenacolo, Sierra ha l’intuito di sfruttarne la complessità iconografica e di costruirvi sopra una storia.
Nella prefazione, che mescola la storia dell’arte al noir, Sierra afferma che il mondo contemporaneo ha perso la capacità di interpretare i simboli che tanto attraevano l’Europa del Medioevo e del Rinascimento. Nel Cenacolo sono questi i più significativi: Gesù e i discepoli non hanno l'aureola; Pietro, secondo apostolo alla destra di Gesù, tiene in mano un pugnale e indica Giovanni, ritratto con le dolci sembianze di una fanciulla. Inoltre non c’è vino sulla mensa e i tre discepoli all’estrema destra del quadro, rispettivamente Matteo, Giuda Taddeo e Simone, voltano le spalle a Cristo e appaiono assai più impegnati a discutere tra loro. A padre Venturino Alce, bibliotecario di Santa Maria delle Grazie, Sierra non ha anticipato nulla (paura di una piccata reazione?) di quelle che oggi definisce «le ipotesi storiche che reggono il romanzo». Gesù e i discepoli non hanno l’aureola perché Leonardo non li credeva santi; Pietro, simbolo del potere temporale della Chiesa, attenta alla vita di Giovanni, icona del potere spirituale; i tre personaggi che parlano hanno le sembianze di Marsilio Ficino, il dotto neoplatonico fiorentino, e Platone. Tra loro un autoritratto dello stesso Leonardo. Attratto dalla filosofia più che dalla religione, il Maestro ideò un dipinto critico verso la Chiesa, come richiesto dal Moro, introducendo - questa la tesi di Sierra - raffinati rimandi all'antica eresia catara (dal greco katharos, puro) quali la negazione dell'eucaristia e della divinità di Gesù. Persino gli atteggiamenti «stravaganti» di Leonardo tramandati dalle cronache (quel suo andare in giro vestito di bianco o quel non mangiare la carne) secondo il giornalista deriverebbero dall’adesione a questa eresia osteggiata con forza dalla Chiesa ma che proprio in Lombardia ebbe una importante roccaforte nel Rinascimento. Leonardo, ultimo dei Catari? Cercheremo di ricordare anche questo, nei quindici minuti a nostra disposizione al Cenacolo.