Ma l’ergastolo allora non lo sconta nessuno

Ammettiamo, per verità e per assurdo, che un giovane e banale seguace del male diffuso che quotidianamente ci tormenta, voglia commettere un delitto così empio e mostruoso da meritare la massima sanzione che gli Stati civili possono comminare. Ammettiamo che voglia uccidere padre e madre, carne della sua carne e sangue del suo sangue, per poter ereditare, per poter cambiare la sua berlina di lusso e continuare a spendere e spandere in pub e discoteche, in una provincia che sembrava avere smarrito l’antica moralità contadina. Ammettiamo. Ebbene, in questo Paese di moralità elastica e lassista, nessuno può avere un castigo commisurato al delitto, quali che siano i suoi tentativi di discendere nell’abisso, quale che sia la sua inconfessata aspirazione, di là delle carte processuali, a pareggiare i conti. Si imbatte nel perdonismo istituzionale, nella melassa sociologica, nel naufragio delle ragioni e dei torti minuziosamente codificato e applicato.
Pietro Maso, infatti, è libero, tecnicamente è semilibero ma in realtà è libero, ha l’unica limitazione di non potersi scegliere l’albergo. Pietro Maso, diciassette anni fa, a Montecchia di Crosara, nel Veneto, uccise mamma e papà, con l’aiuto di tre amici, in una maniera orribile, con una ferocia che richiama la preistoria. Dopo quella prodezza andò a stordirsi, coi complici, in una discoteca.
Tutto questo orrore gli valse una condanna a 30 anni (semi infermità mentale). Ma cosa bisogna fare in questo Paese per meritarsi l’ergastolo? Imitare Erode? E poi quand’anche ci si becca l’ergastolo, si sa che sul proprio fascicolo non sarà scritta la frase: «Fine pena, mai». Perché anche l’ergastolo è flessibile.
Pietro Maso sarebbe dovuto restare in cella fino al 2018, per effetto dell’indulto la pena si è ristretta (2015), ma con la semilibertà decisa ieri, la libertà arriva sette anni prima. Perché? Perché i magistrati applicano norme elastiche e le interpretano con larghezza. Perché sociologi, criminologi di manica larga e religiosi soccorrevoli dispensano patenti di redenzione, di percorsi di riscatto, basta che l’assassino di mamma e papà organizzi una palestra in carcere. La religione, la provvidenza, l’indulgenza. E il culto dei morti? Non rientra anche questo sentimento nel patrimonio della nostra civiltà stratificata fra sofferenze e sussulti?
Le vittime. Chi vorrà mai ricordarle? Pietro Maso ha assassinato suo padre Antonio e sua madre Maria Rosa, colpevoli di aver lavorato per una vita, al buio, quasi non volesse vederne i volti che erano all’origine della sua esistenza perduta. Le vittime. Entrano da una porta secondaria nel nostro sistema penale e restano nella penombra, mentre anime belle forniscono giustificazioni e sostegni ai loro carnefici.
L’Italia non ha bisogno di questa legge, di questi giudici, di questi esempi.
Salvatore Scarpino