«L’eroe comunista era una spia»

Diego David

Da un paio d'anni è in vendita un libro che getta pesanti accuse su un personaggio importante dell'antifascismo e del comunismo imperiese: Felice Musso, già sindaco comunista di Castelvecchio (uno dei comuni confluiti in Imperia nel 1923) padre di uno degli eroi della guerra di Spagna e della Resistenza. Secondo quanto pubblicato nel libro in questione, Musso era una spia dell'Ovra, la polizia segreta di Mussolini. La stupefacente rivelazione è contenuta nella ricostruzione di uno degli episodi più misteriosi dell'opposizione al regime fascista, che risale al 1931. Il libro è «La trama segreta», scritto da Lorenzo Verdolini, che si avvale dell'apporto di due esponenti della sinistra italiana del calibro dello storico Claudio Pavone e dell'ex deputato Pci Vittorio Foa.
Si tratta di una minuziosa ricerca negli archivi della polizia segreta fascista che riporta alla ribalta la storia di un bancario arrestato ad Oneglia grazie ad una delazione mentre stava per preparare un attentato. Una storia poco conosciuta in città, anche perché il protagonista, Faustino Sandri, giovane e insospettabile impiegato, era di origine piemontese, nato a Villanova Monferrato dove il padre era maestro elementare, lavorava alla filiale del Credito Italiano di Oneglia soltanto da due anni, quando venne sorpreso con due valige contenenti 24 chili di cheddite, esplosivo sufficiente a far saltare in aria un palazzo di quattro piani. Ma al di là della minuziosa ricostruzione che svela metodi e tecniche dell'Ovra ed illustra il complesso mondo degli antifascisti fuorusciti in Francia e in Spagna, la notizia clamorosa contenuta nel libro è un'altra: «A denunciare il bancario - scrive Verdolini - fu un agente segreto infiltrato nel movimento antifascista, un certo Felice Musso che poi riparò a Barcellona dove morì nel 1934».
Né Verdolini, né Claudio Pavone autore della prefazione, né Vittorio Foa che arricchisce il libro con la sua testimonianza avendo conosciuto Faustino Sandri nel carcere politico di Civitavecchia, potevano sapere chi era Felice Musso, ma ad Imperia il suo nome ha fatto fare un salto sulla sedia a parecchie persone. Si tratta infatti di una delle figure più note dell'antifascismo imperiese, già sindaco comunista di Castelvecchio prima del fascismo, scappato in Francia con la famiglia, padre di uno dei partigiani più noti e stimati: Lorenzo Musso, volontario della guerra di Spagna, poi per molti anni scenografo al Casinò di Sanremo. «Sumi», questo il suo nome di battaglia, nella Resistenza era Commissario Politico della I Brigata Liguria. Una figura di grande prestigio, insomma. C'è stata, ovviamente, molta incredulità, e lo stesso Istituto Storico della Resistenza ha voluto approfondire le affermazioni contenute nel libro di Verdolini, per il quale non esistono dubbi di sorta: dai documenti emerge che Felice Musso era regolarmente pagato dall'Ovra per le sue «collaborazioni». La denuncia di Faustino Sandri venne ricompensata con 24 mila lire di allora. L'insospettabile agente segreto continuò a figurare sul libro paga della polizia segreta fascista anche quando, espulso dalla Francia, riparò a Barcellona, dove divenne fiduciario della sezione della Lidu, la Lega Italiana dei diritti dell'uomo, sezione che fu intitolata al suo nome dopo la sua morte.
Non solo: Verdolini ha trovato e pubblicato le lettere scritte da Felice Musso a Mussolini, con il quale aveva fatto amicizia nel periodo di permanenza del duce a Oneglia, quando entrambi militavano nel Partito Socialista, per offrirgli spontaneamente la propria collaborazione «controllando» il mondo dell'emigrazione italiana antifascista. Una storia incredibile, se non fosse suffragata da una documentazione che sembra ineccepibile e dalle testimonianze raccolte. Ma è anche strano che nessuno si sia mai ufficialmente accorto di questa notizia. Forse non era «politicamente corretto»? Per la cronaca, la vicenda Sandri si era sviluppata in questo modo: il bancario, contattato da Musso durante una sua visita a Nizza, fu ingaggiato per trasportare in Italia l'esplosivo necessario ad un attentato «dimostrativo» (si parlava di far saltare una nave nel porto di Genova). Gli agenti dell'Ovra, avvertiti da Musso, sostituirono la cheddite con materiale inerte, poi organizzarono la trappola. Sandri fu arrestato nella camera dove viveva a Oneglia, e condannato a trent'anni. In carcere conobbe Foa, e per breve periodo anche Pavone. Venne scarcerato dopo la Liberazione e trovò lavoro a Venezia, dove morì nel 1972 senza mai sapere di essere stato vittima di una macchinazione e di un tradimento.