L’«eroe» morì solo per un incidente

Dopo il 25 aprile la pulizia etnica delle «spie Fasciste o dei collaborazionisti», prosegue a tamburo battente, a Savona e in Provincia. Il ritmo delle eliminazioni è incalzante, talmente rapido da causare nervosismo e stress da superlavoro nei partigiani comunisti che assumono l’ambito incarico di fare parte dei plotoni della morte. Anche il boia, più tecnico e professionale, può inciampare in pericoli, come accadrà in effetti.
Savona, è il 26 aprile 1945, ore 12 circa, muro di cinta della Fabbrica Servettaz–Basevi, in viale Dante Alighieri, dove ora c’è la voragine della piscina scoperta. Lì verranno passati per le armi, dagli squadroni della morte comunisti, centinaia di savonesi, rei o semplicemente sospetti di essere fascisti. Ciò accadrà per circa un mese.
Sotto il sole del mezzogiorno, quattro uomini stanno con le spalle al muro, uno di loro, con abiti borghesi, alto e magro, ha il viso devastato, pieno di sangue, qualcuno, poche ore prima, gli ha brutalmente amputato il naso e i padiglioni delle orecchie, visibilmente sotto schock per le ampi ferite sanguinanti, fa fatica a stare in piedi, gli altri tre, scalzi, hanno addosso una uniforme, grigioverde con delle mostrine sulla camicia. È la divisa della San Marco, sul capo non portano il classico basco. Anche i loro visi sono pesti e tumefatti.
Il civile privo di naso e orecchie, si chiama Attilio Mongolli, 33 anni, è lo zio della povera Giuseppina Ghersi, rapita, stuprata e ammazzata dalla polizia partigiana di Savona, in prima persona, dal famoso partigiano «Toni» e da altri due psicopatici. I quattro al muro, stanno per essere fucilati.
Davanti a loro, mitra imbracciati, il gruppo di fuoco dei partigiani comunisti, li comanda un «ufficiale», dal viso rapace e spietato, un ex autista della Regia Marina, poi commissario politico, nonché comandante di un distaccamento partigiano «rosso». Le armi vengono puntate, il caporione impartisce l’ordine di sparare... improvvisamente uno dei condannati ha uno scatto, inizia a correre in un tentativo di fuga disperata, il suo gesto coglie di sorpresa il plotone dei boia... il caporione, fa pochi passi in direzione del fuggitivo, tenta di afferrarlo e fatalmente, va a trovarsi sulla linea di tiro di un partigiano del plotone di esecuzione che, inopportunamente, lascia andare una raffica. Il capo stramazza a terra, segato in due dalle pallottole, ancora in vita, ma per poco. Soccorso dai suoi compagni, morirà dopo due giorni di sofferenza in ospedale.
Questi i fatti. È stato un incidente, che però i partigiani trasformeranno in un atto di eroismo, con una sapiente regia e il solito castello di menzogne che i comunisti sanno costruire con competenza. Si decide a tavolino che il morto è caduto in azione alla testa dei suoi valorosi partigiani. Ovviamente i fascisti non potranno testimoniare l’accaduto: morti non possono parlare. Gli unici autorizzati a dare testimonianza, sono i fucilatori, che imbastiscono una bella storia edificante… e creano l’eroe. A cui viene attribuita la relativa medaglia d’oro e soprattutto un vitalizio per la famiglia.
In pratica, il morto per incidente, è ufficialmente caduto in un violento scontro a fuoco con soverchianti forze fasciste, anche se si era il 26 aprile! E il regime era oramai sciolto, morto e defunto!
La motivazione della medaglia d’oro è tuttora visibile sul sito della Marina Militare, nonostante il signore avesse abbandonato l’arma nel 43, per fuggire in montagna: «Valoroso combattente della libertà fu tra i primi e tra i migliori organizzatori e animatori della lotta partigiana. Le innumerevoli ed ardite azioni di sabotaggio, il leggendario coraggio in tanti combattimenti e la risolutezza dimostrata in dure e difficili circostanze di guerra, gli procurarono larga e chiara fama tra i combattenti della Liguria. Nei giorni della insurrezione generale, combattendo alla testa dei suoi uomini, venne gravemente ferito e sul letto di morte mantenne patriottico ed esemplare contegno».
Ecco fatto. Ai «fascisti» morte e piombo, invece, ai partigiani comunisti, tanta gloria e tanto oro. Il corpo dell’eroe sarà tumulato nel camposanto di Zinola al Sacrario dei Partigiani.
E per completare l’opera, l’amministrazione comunale di Savona, comunista, con grande saggezza e in pompa magna, per premiare e ricordare i suoi figli migliori, intitolerà pochi anni dopo, una pubblica via a questo «eroe» della lotta di liberazione.
Nessuno dice che le fucilazioni degli sventurati, che il decorato comandava davanti al muro di cinta della Servettaz, erano arbitrarie, illecite e senza processo preventivo e quindi senza nessuna condanna capitale comminata da qualsiasi tipo di giuria.
Molti dei vecchi ex partigiani, tutti savonesi, presenti al fatto, sono morti, ultraottantenni, sempre con la bocca cucita, portando con se nella tomba questo segreto, il partigiano che sparò ammazzando il capo, pur senza volerlo, è morto recentemente di vecchiaia, anch’esso non ha mai fiatato.
Sto pensando alla medaglia d’oro piena di polvere, esposta con dubbia fierezza in qualche teca di vetro ma soprattutto penso ai soldi indebitamente percepiti, dal 45 ad oggi, dalla famiglia dell’eroe, che dovrebbero tornare all’erario, se la cosa fosse provata. E questo provoca un piccolo brivido di piacere. Nella vita non si sa mai...