L’eroismo pop rianima il genere dato per morto

Poche ore alla sentenza dell’eroismo pop che rende giovani e pimpantissimi. Anche rivoluzionari, non conformisti e irregolari sentinelle su come se la passa il mondo, grazie al «reality» che «vive e lotta per noi».
Fatte le dovute differenze, tenuto conto delle proporzioni non ci possiamo limitare ad un semplice «abbasso De Coubertin», cioè alla radice morale della partecipazione soppiantata dall’immorale malattia della vittoria. Vuoto a perdere che corrisponde al pieno del tutto, subito, qui ed ora. Categorico richiamo al primato e alla conquista che, giusto un biennio fa, era stigmatizzato dal generale de profundis sul e del reality, come genere e format. Una sentenza che pareva trasformarsi in oggettiva affermazione di superiorità nell’alto e istituzionale dura minga, dura no della tv liquida e liquefatta. La solita panna mediatica, ad uso dell’élite giornalistico/mediatica, la ninnananna assennata per il pubblico dormiente della prima serata, qualora applicassimo l’incisivo cinismo di Gianni Boncompagni. Una chimera, rispetto all’evidenza della videofonia mobile e della rete nel detenere viralmente la capacità di rappresentare la res publica comunicativa.
Più che probabile, però, nella confluenza di una larga fetta d’audience fra ieri e oggi che in ordine di prime time La Fattoria, X-Factor e il Grande Fratello facciano capitare ciò che deve avvenire e che non conta più come evento, ma come festa pagana e divertimento per il popolo e partito, più che fazione del reality, oppure, del talent show.
L’eroe che vince mostrando le virtù e le abilità nella casa, il «generalismo muscolare» della fazenda catodica brasiliana, uniti al talento «anticastale» e «antigerontocratico» della X che sa imporsi e che deve venire fuori, perdinci e perbacco, rappresentano i fattori geometrici della performance e del prezzo da pagare, non importa se imposto o meno.
Con fanatismo egolatrico, senza alcuna vergogna o contegno, l’importante è vincere e stravincere non tanto nella casa e verso gli inquilini, ma sulla condanna la più grave e invereconda: l’anonimato. Prendendo a modello l’apprendistato di una bottega medievale, il talent show, momentaneamente, incipria l’anima del conduttore e del concorrente, salvando dall’ipocrisia di frasi convenzionali del tipo «ritenta sarai più fortunato». Ghiotta occasione per sfuggire alla pena capitale dell’anonimato e via d’uscita alle seriose discussioni sui massimi sistemi. È il gioco del gioco di società che compone l’affresco della familiarità e di una certa parentela sia con la «prole di Machiavelli» sia con la difesa a scena aperta del «particulare» di Guicciardini sempre a quello stiamo e veniamo, spaparanzati nell’atrio della televisione del XXI secolo, ci scopriamo e riscopriamo l’antropologia drastica, irsuta, scomposta del reality. Poco, pochissimo adusa alla morigeratezza dei tempi televisivi.
Adesso che l’annata è finita, possiamo concederci il lusso del ragionamento a freddo: anzitutto, prendendo atto che il seguito popolare, ribadito da sostanziosi ascolti abbia sancito la trasformazione del Gieffe da format a genere. Non confondendolo in foglia di fico, per concedersi la divagazione e lo scazzo liberatorio, a metà strada fra la sagra televisiva e l’agenzia di collocamento.
Certo che persone stiano incollate al video, rinfoderando il telecomando, per godersi, piacevolmente e a modo loro, la bravura, l’estro e la genialità che, impalpabilmente, scivoleranno lungo la superficie dell’apparenza, ma non per un segmento significativo di quella particolare nazione catodica che, in Italia, ha fatto nascere proprio il reality e il talent show.
Non sono necessari saio e cencio, ma lo scettro e l’ermellino della didattica nella riserva della videosfera, annunciate a colpi di spot, comparsate e feste che «lanciano» il calendario prossimo venturo nel linguaggio postmoderno dell’invasione di corpi e flebili vanità.
Quel che resta nell’angolino della storia riguarda il ringraziamento posto «in calce» alla celebrazione di un modo di divenire più che di essere, di una convinzione tenace, verso la quale la televisione si limita a sovrintendere alla regia magistrale. Non sempre si lavora per lo strapuntino della celebrità che non appartiene più alla contemporaneità, passata «dal cosa c’è stasera in tivì al chi c’è e chi appare». Reality e talent regnano sovrani, indipendentemente da chi li fa, in stretta affinità elettiva con chi li guarda e desidera navigarci dentro, in un oceano mare di visibilità e possibilità.
Se un Bob Dylan rinascesse oggi dedicherebbe al vincitore di turno la sua Knockin’ on Heaven’s doors. I professionisti non guadagnano, gli artigiani chiudono bottega, i commercianti non bollano, i maestri e i professori restano pedagogicamente perplessi rispetto a come si sancisce il confine tra fama e oblio.
Son finiti i tempi delle cartoline della bonomia e dell’ingenuità del «concorrente perculato» dal Mike Buongiorno di turno. Ora che è vietato scherzare, ci si accosta al tabù dei tabù, avendo smarrito per strada rispettabili totem. Nella logica non sarebbe così, ma nella realtà lo è di più, inchiostrando e impiastricciando se stessi nella lotta, arrivando addirittura ad ignorare il motivo per cui stiamo lottando.
Non si tratta di un colpo di scena, ma di una prudente e avveduta strategia di sopravvivenza pop, dove al posto del tormento è praticata e/o promessa l’estasi. Indimenticabile, però sì.
Fuori casta ancora, ancora. Fuori dal cast, mai e poi mai. È già tanto per il reality people che, fatti i propri conti, scoprirà nuove convinzioni e convenzioni.