«L’errore degli 007? Credere che il peggio fosse passato»

Luciano Gulli

nostro inviato a Londra

«Prendersela col Vaticano? Col Papa? Non credo. Suonerebbe come una dichiarazione di guerra di religione. Finirebbero per compattare tutti i cristiani nel mondo. No, non sono così sprovveduti. L’Italia sì, invece, che può rientrare nei loro obiettivi. Ma ci vuole un elemento scatenante. Una semplice tornata elettorale non basterebbe. Ci vorrebbero elezioni che avessero sapore di referendum, come accadde a Madrid, quando tutto si giocò sull’uscita o meno della Spagna dall’Irak. O un appuntamento internazionale, un G8, che puntasse i riflettori del mondo su Roma o Milano. Ma che attacchino l’Italia, purtroppo per voi, mi sembra altamente probabile».
Purtroppo per noi, l’autore del suesposto oroscopo non è uno dei soliti esperti di antiterrorismo, imbottiti di teorie maturate sui tavolini di confortevoli biblioteche. Bob Ayers, 58 anni, passaporto inglese e americano, è stato capitano del controspionaggio militare negli Usa. Per trent’anni, salvo una parentesi di tre anni alla Cia, ha lavorato come analista strategico alla ben più importante Dia (l’«agenzia» di spionaggio e controspionaggio militare) statunitense. È uno di quelli che sanno molte cose. Anche perché spesso c’è stato in mezzo.
Consulente del Royal Institute of International Affairs, Bob Ayers ci riceve nella sua villetta di East Sheen, ai margini della capitale. I sistemi di sicurezza britannici, gli faccio osservare, si sono fatti prendere in contropiede dall’officina del terrore islamico. Charles Clarke, il ministro dell’Interno, ha ammesso che gli attentati sono avvenuti «out of the blue», vale a dire a ciel sereno.
Anche l’MI5, mitica centrale di intelligence di Sua Maestà, è sembrata cadere dalle nuvole di fronte ai terroristi che hanno seminato la morte nel metrò e sul bus della linea 30. Che succede?
«Succede che ogni tanto si commettono degli errori. Ma l’intelligence britannica è generalmente eccellente. La guerra nell’Irlanda del Nord è stato un ottimo terreno di addestramento. Il fatto è che, stavolta, il massimo dell’attenzione è stato rivolto alle elezioni di maggio. Quella era l’epoca in cui ci aspettavamo una botta. Quando quell’appuntamento è scivolato via, c’è stato un aaahhh di sollievo dell’intelligence. Poi la temperatura è tornata a salire per il G8 a Gleneagles, preceduto dal concerto “Live 8”. E insomma gli occhi del mondo erano tutti puntati sull’Inghilterra, il che ha offerto ai terroristi di capitalizzare anche la presenza della stampa internazionale, che aveva già acceso i riflettori sulla scena. Sotto il profilo pubblicitario, hanno incassato molto di più che se avessero organizzato una conferenza stampa».
Secondo lei sono stati commessi errori, leggerezze?
«Difficile dirlo. Non è mai agevole, nella gran massa di informazioni che ti arrivano, distinguere le cose utili dalle inutili, il buono dal ciarpame. Anche a Pearl Harbor c’erano dei segnali che, letti a posteriori, parlavano chiaro. Ma prima nessuno aveva capito niente. Ecco perché è difficile, scorretto, parlare di errori».
Secondo lei la squadra della morte è venuta dall’estero o è cresciuta in Gran Bretagna?
«È gente di qui, non c’è dubbio. Un attacco di questo genere presuppone un’ottima conoscenza dei luoghi. E poi hai bisogno di tempo per i sopralluoghi, per la logistica, per mettere a punto i dettagli del piano. Quanto all’esplosivo, se è vero che è di tipo militare: le pare difficile far entrare 40 libbre di esplosivo in Inghilterra, con tutte le coste che abbiamo?».
Non crede che la Gran Bretagna sia stata per troppo tempo un santuario sicuro per radicali, fanatici, integralisti d’ogni risma? E che insomma la politica della mano tesa non paghi?
«Sì, il Regno Unito è stato molto generoso, forse troppo. Questa del resto è una società multiculturale. Quel che si è visto è che la politica del dialogo non paga. Che fare? Irrigidirsi, con la prospettiva di veder crescere l’odio, e i proseliti dei cattivi maestri? Dialogare? Ma con chi? E questi cosa vogliono? Che Israele sparisca? Vogliono una guerra santa? L’Islam radicale non è cominciato con l’invasione dell’Irak».
Che cosa può fare dunque l’Occidente, per difendersi?
«Non molto. Noi viviamo in una società aperta. Non si può fermare la vita, bloccare il metrò, instaurare uno stato di polizia. Il problema va risolto lavorando all’interno dell’Islam».