L’errore di essere libero

Una storia infinita: la candidatura a sindaco di Umberto Veronesi – dopo settimane di polemiche, veleni e distinguo – ha assunto le dimensioni di un interminabile psico-dramma politico dal quale emergono l’infinita pazienza dell’uomo di scienza e i vecchi complessi faziosi della sinistra. Oh certo, lo scienziato di fama, l’uomo di spicco della cosiddetta società civile quelli dell’Unione (si fa per dire, date le divisioni) lo vorrebbero a tutti i costi, per dimostrare che anche la città dell’opposizione ha i suoi blasoni, fuori degli apparati, ma in realtà non lo vogliono. Proprio perché non viene dagli apparati, perché non ragiona con gli schemi rigidi di cellule, partiti e schieramenti, perché ha la tendenza a rimanere se stesso sempre e comunque. Lo vorrebbero come fiore all’occhiello, ma non sono disposti a tollerare la sua libertà di giudizio. Non gli perdonano l’ultima manifestazione del suo pensiero, l’aver pubblicamente apprezzato i provvedimenti a favore della ricerca scientifica del ministro Storace. Veronesi, rinchiudendosi nell’armatura del candidato di sinistra, avrebbe dovuto rinnegare se stesso e le sue competenze, avrebbe dovuto imparare a mentire, cominciando a trasformarsi da sapiente intellettualmente onesto in una perfetta creatura di partito, capace di dire soltanto «niet» agli avversari. Sinceramente, non si riesce a capire perché Veronesi abbia dato la sua disponibilità a politici così faziosi, ma se la sua libertà di giudizio fa tanta paura agli uomini degli apparati dovrebbe essere lui a temere per la sua libertà. Infine, arriva l’ultimatum dei Ds. L’imputato Veronesi si giustifichi, dica cosa pensa, cosa vuol fare da grande, se necessario faccia l’autocritica. Poi loro, gli uomini dei partiti, trarranno le conclusioni. Storia infinita, ma tristissima.