«L’errore di Follini? Troppe fughe dal partito»

Sarà banale, ma fra anzianotti succede di rinvangare i vecchi tempi. È capitato anche al viceministro Udc delle Infrastrutture, Mario Tassone, e al vostro cronista che lo ha incontrato. Lui è in Parlamento da 25 anni, io lo bazzico da quasi altrettanto.
«Ricorda i chilometrici ostruzionismi fine anni ’70?», comincia sognante il viceministro accendendo un toscano alle otto e mezzo di mattina nel suo ufficio all’Eur. Tassone è notoriamente un insonne, io la sua vittima di turno.
«Coi radicali scatenati nella filibustering», gli faccio eco.
«Melega soprattutto. Lo lasciavo in Aula a mezzanotte che parlava e lo ritrovavo l’indomani alle 11 che parlava ancora», rievoca ammirato Tassone sprofondato nella poltrona di cuoio rosso. Si è arredato la stanza in stile Ammiragliato britannico con le pareti rivestite di legno per compensare il vetrocemento del palazzo.
«Il record però lo stabilì Boato», gli ricordo.
«Vero! Parlò 20 ore di fila», esclama.
«Vescica di ferro, lo chiamarono», dico.
«Mi sovvengo, mi sovvengo», ride Tassone tirando una boccata da stendere un toro. Poi si fa serio e se ne esce con questa esternazione dal profondo del cuore: «Da allora, Parlamento e istituzioni hanno fatto notevoli passi indietro. Oggi, centri di potere esterni esautorano il governo. Poteri evidenti, ma anche occulti, come mostra la vicenda della Banca d’Italia».
«Lei, democristiano, sarà un fan del cattolicissimo Fazio», azzardo.
«Tutt’altro. Da tre anni dico che Fazio, con tutto quello che gli sta dietro, è un personaggio preoccupante».
«Un pio che va in chiesa tre volte al giorno», ribatto.
«Da cattolico, mi colpisce l’ostentazione di troppo fervore religioso. Fazio è un devoto che però è stato capace di togliere al Sud tutte le banche. Mi preoccupa da italiano, non da calabrese», dice alterato il viceministro.
«Viviamo anni di dimagrimento dello Stato. Perfino il Palazzo della Zecca viene venduto e diventa un albergo. È la nuova filosofia», osservo.
«Spogliare lo Stato dei suoi simboli, non va. Non mi convince che in nome del liberalismo, si debbano smantellare i poteri pubblici. È contro gli interessi del Paese», dice torvo Tassone rincantucciato nella poltrona come schiacciato da un peso molesto.
«Parla da dc. Un pervicace dc da 30 anni», dico, dandogli atto che non è un voltagabbana.
«Per me, la coerenza è una testimonianza di vita. Oggi, la gente passa da una parte all’altra senza arrossire. La coerenza è un valore per uscire dalla crisi del Paese», moraleggia Tassone, ma senza retorica.
«Gli italiani le garantiscono da 25 anni un eccellente stipendio. Lei che ha dato agli italiani?».
«Sono sempre scontento delle cose che ho fatto. Ma certo di avere fatto tutto quello che potevo».
«Il governo ha tagliato l’indennità parlamentare. Demagogia?».
«Se serve, ben venga. Ma accentua l’impressione che chi fa politica sia privilegiato. Invece, c’è molto di peggio».
«Cioè?»
«Manager che hanno stipendi inimmaginabili. Se è una questione di giustizia, analizziamo quanto finisce in quelle tasche. Propongo una Commissione di studio. Sarebbe interessante».
«Tra i poteri impropri che citava, che altro c’è oltre a Bankitalia?».
«La proliferazione di Authority, le Aziende, cosiddette privatizzate, ecc. Prendiamo l’ente Ferrovie. Svolge delicate funzioni di interesse generale, ma è pubblico quando gli piace e privato quando gli conviene. Perna, per parlarne ci vorrebbe un’intervista a sé», dice esasperato Tassone. Si fa portare un caffè per tirarsi su e si sfoga con un paio di imperiosi comandi ai collaboratori. Quelli li accettano senza scomporsi e mi sorridono come per dire, can che abbaia non morde.
Il suo sogno è riunificare la Dc?
«Credo in un Partito popolare europeo che ci includa tutti, dc di destra e di sinistra. Anche una parte di Fi. Non credo invece nel partito unico della Cdl che confonde tutto e svuota le identità».
Una nuova Dc, sarebbe la fine dei due Poli.
«Voto la legge elettorale proporzionale proprio perché fa saltare il bipolarismo. Il sistema è stato utile in un momento particolare, ma non ha raggiunto l’obiettivo. Ha disunito Il Paese».
L’Udc è il punto debole del centrodestra. Da due anni, niente le va bene.
«L’Udc può sembrare un po’ discolo, ma non ha mai abbandonato il proprio progetto: recuperare la parte migliore della Dc. Questo può coincidere, ma anche non coincidere con la Cdl».
Il dimissionario Follini è il simbolo della litigiosità della Cdl.
«Follini ha dato una scossa salutare a un’alleanza rassegnata. Prima si aspettava solo che trascorresse il tempo per arrivare all’inevitabile sconfitta. Ora, si è tornati a fare politica».
Follini si è dimesso davvero?
«È un uomo serio, non fa finte. Ma anche il successore dovrà, come Follini, difendere l’autonomia dell’Udc».
Che tipo è Follini?
«È padrone dei propri comportamenti, è determinato, ha idee. Non è uno sconfitto».
Un mese fa, Follini ha piantato la grana delle Primarie. Ora non se ne parla più.
«Sono ancora all’ordine del giorno. Il punto è che Berlusconi non ha più i consensi di una volta. C’è diffusa insofferenza. Come si recupera? Scegliendo con il voto il leader, che potrà ancora essere Berlusconi, ma facendolo dire alla gente. Se no, sembra tutto prefabbricato».
Follini ha fatto un casino per il proporzionale. Poi, non lo ha più voluto.
«Lo voleva completo. Comprensivo delle preferenze, che la nuova legge non prevede. Su questa insufficienza, sono maturate le sue dimissioni. Io penso però che la legge possa essere un buon inizio: recupera il ruolo dei partiti».
Per Follini, il Cav è un impaccio. Concorda?
«Forse lo è rispetto alle effettive, maggiori possibilità della coalizione».
In soldoni: il Cav è una carta vincente o una palla al piede?
«Tra il 2001 e oggi, ha perso smalto agli occhi della gente. Non si vince più solo col Cav. Ci vuole una politica, non uno che predomina su tutti».
Meglio Prodi?
«Mi terrorizza l’idea che il governo passi a Prodi, primo artefice della scissione del Ppi nel 1995. È un uomo di spaccatura. Ci ha provato anche con la Margherita che però lo ha mandato a farsi friggere».
L’Udc deve essere un inferno. Sono fuggiti Sandro Fontana, D’Antoni, Pomicino, Rotondi, più Raffaelle Lombardo e mezza Udc siciliana.
«Glielo concedo: qualcosa non ha funzionato nel partito. C’è stata anche qualche impazienza di troppo, come nel caso del capacissimo Rotondi. Toccherà al nuovo segretario ricucire».
Veniamo a lei. All’inizio Lunardi, il suo ministro, l’aveva presa in antipatia, negandole le deleghe.
«Ci fu incomprensione sul trasporto aereo, che è mia competenza. All’indomani della tragedia di Linate, venne nominato un ispettore di volo senza che ne sapessi niente. Questo provocò uno scatto da parte mia».
Lei è un testardo?
«Sono Leone e calabrese. Io di Catanzaro, mio papà di Stilo, la patria di Tommaso Campanella. Il massimo della caparbietà».
Ora in che rapporti è con Lunardi?
«È diventato uno dei miei migliori amici. Il buon accordo sul lavoro, si è trasformato in amicizia personale. Quando, col Berlusconi ter, stavo per avere un incarico diverso, Lunardi mi telefonava preoccupato: dobbiamo restare insieme».
Sono tre anni che si straparla di Alitalia, ma è sempre in crisi e in sciopero.
«L’abbiamo trovata malmessa, come tutto il settore aereo. Ha continue perdite dovute a diseconomie. Fortuna che la Ue ci ha dato una mano. Ma siamo al limite e dobbiamo uscirne nelle prossime settimane. Se no, Alitalia va a picco».
Confiscare i motorini a chi non indossa il casco, è come dare l’ergastolo a chi ruba una mela.
«La confisca va rivista. È in discussione, in questi giorni, un emendamento che la trasforma in fermo temporaneo. Sarà invece mantenuta per i recidivi e quando il motorino è stato usato per commettere reati».
Quale mea culpa deve fare il governo del Cav?
«Non avere fatto all’inizio una legge organica sulla giustizia, disperdendosi in casi particolari. Non avere sufficientemente divulgato la sua buona attività e gli innegabili risultati raggiunti».
Si aspettava di più dalla guida del Cav?
«Accusato di essere antidemocratico, è stato democratico fino alla degenerazione, facendo parlare troppi. Ha voluto mediare il non mediabile e ha finito per eccedere in attendismo».
Che pensa politicamente del Cav?
«Essenziale in una fase di emergenza. Ha difeso il terreno della politica dagli assalti barbarici di altri poteri che lo stavano occupando. Ma ora lo stato di necessità è finito. Dovrebbe convincersene anche lui».
Come uomo?
«Un carissimo scapocchione».
Scapocchione?
«Un pazzerellone affettuoso».
Come finirà nel 2006?
«Fino a qualche mese fa, c’era la certezza che la sinistra avrebbe vinto. Ma grazie alle “bizze” Udc, la Cdl è rivatilizzata. La partita è aperta. La sinistra lo sa e ha paura».
Cosa si aspetta se vince Prodi?
«Un periodo contrastato, confuso, disarticolato e una fine anticipata. Un brusco risveglio degli italiani dal sogno di avere un governo stabile e efficiente».
Una iattura, povero Prodi!
«Non sarà mai la sintesi tra sinistra radicale bertinottista e sinistra riformista. Lui vive in un’altra dimensione».
Quale?
«La sua: per lui, non c’è che lui».