L’ERRORE

Se c'è un segnale di pericolo che viene dalle notti di fuoco nelle periferie francesi, la parola giusta da usare è nichilismo. È davvero difficile trovarne un'altra, capace di interpretare le diverse chiavi di lettura che da giorni la sociologia, la cultura politica e gli storici della contemporaneità ci offrono, rivelandoci che in realtà si sapeva già tutto. Si sapeva cioè della fragilità del tessuto sociale di quelle aree, della doppia emarginazione vissuta dalla seconda o terza generazione di immigrati, della difficoltà dei rapporti multietnici. E lo si sapeva per di più da almeno dieci anni, da quando - era l'estate del 1995 - la Francia scoprì che il capo dei terroristi che avevano compiuto attentati nella metropolitana parigina era un giovane, Khaled Kelkal, che viveva completamente integrato in uno dei quartieri dormitorio di Lione e che, per di più, era stato a lungo intervistato in una di quelle indagini sociologiche che hanno il merito di illustrare la realtà, ma il limite di non riuscire ad interpretarla. Per non parlare poi di un altro francese, un intellettuale come Bernard-Henri Lévy, il quale nella sua indagine sull'assassinio di Daniel Pearl è riuscito qualche anno fa a raccontarci di «un inglese perfetto», quell'Omar Sheikh, il quale, nato a Londra, studente alla London school of economics, era diventato il capo di una cellula jihadista in Pakistan. Come dire: si parla di noi.
Gli ambienti sociali, gli itinerari individuali, le contaminazioni culturali che definiscono la natura dell'insurrezione in corso erano dunque descritti da tempo. La sorpresa sta forse nel fatto che la preoccupazione, se c'era, riguardava il rischio di nuclei terroristici, organizzati e inquadrati, e non una sorta di guerriglia diffusa che scatta al calar della notte, che trasforma ragazzi in clandestini, che ha con gran facilità un effetto di contagio. Ma soprattutto una guerriglia che non risponde a proclami o ad inviti né alla «guerra santa» né alla distruzione del mondo globalizzato e che apre fronti e devasta le proprie zone di vita, colpisce - come viene raccontato quotidianamente - i beni dei vicini, le scuole, gli autobus e i servizi pubblici. Ovvero, la forma urbana, occasionale e pratica di quell'ideologia nichilista che è il motore dell'anti-occidentalismo che ha aperto il secolo in cui viviamo.
Ecco, se l'esplosione nichilista non era attesa, non è un caso che tutto ciò stia avvenendo in quella Francia che lentamente si è trasformata nel «ventre molle» dell'Europa e dell'Occidente. Quanti «no» la politica, la cultura e l'opinione pubblica francesi hanno opposto in questi anni alle sfide, dalle più semplici alle più impegnative, della modernità? Basta citare l'ossessione antiamericana espressa dopo l'11 settembre e in particolare sull'Irak e poi il referendum contro la Costituzione europea frutto di un miscuglio di nazionalismo, di protezionismo e di protesta contro la globalizzazione. Sono stati «no» distruttivi, in consonanza con una lunga tradizione politica che rifiuta, fin che può, di misurarsi non solo con le ragioni dei vicini, ma anche con le trasformazioni del mondo. Per di più con l'illusione - tipica del tardo gollismo - di disporre di uno Stato al riparo dai grandi problemi che affliggono le altre società sviluppate.
Una Francia, che vede il pericolo nel resto dell'Occidente, non solo non si è accorta - nonostante gli avvertimenti di André Glucksmann - della minaccia globale del nichilismo e di aver quel nemico proprio in casa, ma ha finito con lo spianargli la strada contaminandolo con l'antiglobalismo, con l'antiamericanismo e con il predominio delle culture relativiste. È stata una resa preventiva.