L’ESCALATION DELLA FOLLIA

«Vinceremo perché l’Occidente cerca la vita, noi la morte». Con questa fede gli hezbollah hanno iniziato una guerra che fa stragi come quella di Cana. Strage atroce perché ha colpito dei deboli indifesi, usati come scudi umani. Strage ingiusta perché oppone la ferrea legge della guerra alla tenue legge della solidarietà. Strage vile perché sfruttata per coprire una mostruosa verità: il disastro che gli hezbollah hanno attirato su di sé, sul mondo arabo-islamico con questa guerra follemente iniziata.
Credendo una volta di più alle proprie parole - come il segretario della Lega araba nel 1948, come Nasser nel 1967 - di aver distrutto «l’invincibile esercito sionista»; credendo di avere di fronte un Paese impaurito, diviso, incapace di sostenere perdite fra i suoi soldati, che sopravvive solo grazie alle infusioni di capitale americano; credendo come i nazisti di essere demandati dal Padreterno alla missione di liberare l’umanità dal «bacillo» ebraico corruttore dell’umanità, non hanno capito il significato del movimento nazionale ebraico, il messaggio del sionismo: e cioè che con la nascita di Israele la caccia gratuita all’ebreo era finita.
In questa guerra Israele si è sentito profondamente ferito. Nel suo fisico, dal momento che nessun hezbollah si è preso la briga di informare i suoi cittadini (come ha fatto l’aviazione israeliana a Cana con i libanesi a cui ha chiesto di allontanarsi da una zona di guerra da cui sono già partiti 1.300 missili). Al contrario ne ha promessi di più micidiali. Se ci sono stati «solo» 330mila sfollati in Israele, «solo» 56 morti, «solo» 500 feriti, la colpa dovrebbe forse ricadere su Israele che ha provveduto, contrariamente al Libano, a fornire alla sua popolazione adeguati rifugi e protezione aerea contro i bombardamenti islamici?
Ma Israele in questa guerra si sente ferito ancora più nella sua dignità, in quanto solo membro della comunità internazionale ad essere minacciato di morte; in quanto come il solo Stato ad essere denunciato come privo del diritto alla propria sovranità nazionale. Israele si sente ferito infine nella sua atavica fede nella pace. Ferito da una opinione internazionale - non solo araba - che interpreta ogni sua concessione territoriale come provocata dalla paura; ogni sua proposta di negoziato come segno di debolezza politica e invita azioni terroriste per impedire ogni avvicinamento di posizioni con l’avversario, ogni tentativo di creare un’atmosfera di coesistenza pacifica con i palestinesi.
È col dolore di queste ferite che Israele oggi combatte. Lo fa con più moderazione di qualunque Paese. Pensiamo cosa succederebbe se i terroristi baschi lanciassero missili contro la Francia per ottenere il distacco della Navarra dalla Repubblica francese. Oppure se una banda di terroristi mascherati da combattenti per la libertà che per conto di uno Stato terzo bombardasse le sue città e inviasse i suoi uomini-bomba nelle sue strade, nei suoi ristoranti, contro le sue scuole.
La tragedia di Cana sta anche in questo: nel fatto che Israele ha raggiunto il livello della esasperazione senza aver ancora toccato quello della disperazione. Potrebbe però arrivarci e con effetti spaventosi per i suoi avversari. È forse per questo che gli hezbollah, Hamas, la Siria e l’Iran chiedono a chiunque è disposto ad ascoltarli una tregua che Israele non intende più dare.