L’esecutivo dell’Abi prepara l’offensiva sul valore di Bankitalia

Minusvalenze di 350 milioni per il sistema. L’ipotesi di un banchiere delegato a trattare con il governo. Possibile ricorso al Tar

Mario Attanasio

da Milano

Le banche non ci stanno. E si apprestano a dare battaglia prima di accettare a cuor leggero l'uscita dal capitale della Banca d’Italia che i vertici del sistema creditizio giudicano un «esproprio». E arrivano a ipotizzare come armi estreme quelle del ricorso al Tar e una denuncia di incostituzionalità.
I primi dettagli sulle strategie di difesa delle banche si possono leggere in alcuni documenti messi a punto in questi giorni e che circolano nel mondo del credito.
Il valore delle quote di Bankitalia in mano alle banche azioniste, peraltro, sarà stamattina argomento all'ordine del giorno del Comitato esecutivo dell'Abi, come ha confermato il presidente dell'associazione Maurizio Sella, rispondendo a chi gli chiedeva se ci fosse un margine di trattativa tra la valutazione di 800 milioni di euro fatta dall’esecutivo e le richieste delle banche sulla dismissione delle partecipazioni in Bankitalia, prevista dalla riforma di via Nazionale in discussione al Senato.
Dalla riunione a Palazzo Altieri, potrebbe anche uscire una sorta di delega a un rappresentante dei banchieri per giocare la partita col ministero dell'Economia per la determinazione del valore delle quote di via Nazionale. E al Comitato esecutivo si discuterà pure di uno studio messo a punto in questi giorni che riguarda diversi punti della questione, da quello di natura contabile a quelli fiscali.
Anche se il tema che più preoccupa è proprio quello del valore delle quote che oscilla dagli 800 milioni di euro ipotizzati dall'esecutivo (valutazione che comporterebbe solo per le grandi banche minusvalenze in bilancio per circa 350 milioni di euro) agli oltre 10 miliardi prospettati dal mondo del credito. In queste analisi vengono inoltre mosse una serie di osservazioni sul meccanismo di calcolo del valore delle quote. La Commissione bilancio del Senato avrebbe infatti usato per l’«attualizzazione» delle partecipazioni un tasso inadeguato. Secondo i vertici dell’Abi il tasso corretto (quello di mercato) porterebbe a una valutazione minima superiore agli 1,2 miliardi. Non solo. Se fosse stato utilizzato, osservano le banche, il tasso massimo di rendimento dei dividendi delle riserve (4 per cento), quello che è citato nello statuto della Banca centrale, la valutazione salirebbe a 10,5 miliardi. E le banche non dimenticano di sottolineare che il valore del patrimonio netto di via Nazionale, come risulta dall'ultimo bilancio, arriva quasi a 14 miliardi.
Quanto alla strategia difensiva, l'ipotesi allo studio prevede che sia proposto un ricorso al Tar. Ma la preoccupazione è decisamente alta ed ecco che spunta anche la possibilità di una denuncia di incostituzionalità, perché l'esproprio non avrebbe quel carattere di interesse generale prescritto dalla Carta costituzionale in questi casi. La partita, insomma, è solo al calcio d'inizio.