L’esempio di Cervia e l’esperienza ligure

(...) le difficoltà di un imprenditore o di un commerciante che lavorano 12 ore al giorno, sabato domenica e feste comandate. Non è colpa loro se non sanno risolvere i problemi con tempestività, lo stipendio arriva comunque e nessuno chiederà mai loro conto di eventuali errori commessi.
A Cervia il percorso è stato diverso, lo so perché, essendo nata a Miramare di Rimini, i miei genitori hanno vissuto lì negli anni '60. A Miramare v'erano villette sparse tra enormi spazi di terreni incolti. Gli abitanti, molti dei quali sono oggi amministratori, impastavano piadine che poi riempivano con le erbette selvatiche e il mare ogni mattina riempiva il bagnasciuga di vongoline, che gli uomini si affannavano a raccogliere. C'era poco e questo accomunava le persone, le famiglie erano povere, ma insegnavano ai figli a lavorare. Gli spazi incolti piano piano sono diventati alberghetti, bettole, balere e se la stagione era andata bene, l'anno dopo si buttava giù l'alberghetto a due piani e se ne costruiva uno più grande, intanto i figli crescevano e si mandavano a studiare, magari non al classico ma all'istituto alberghiero per acquisire professionalità, buone maniere e gestire meglio l'ospitalità.
Non la voglio fare lunga, dico soltanto che, senza impegno non si costruisce niente. Forse la sfortuna dei liguri è data proprio dalla troppa «grazia di Dio» che ha portato le persone ad adagiarsi e gli amministratori a vivere di rendita. Ma il nostro tesoretto sta esaurendosi, meditiamo.