L’esempio di Fragalà, ucciso perché onesto

Il silenzio degli assenti che non rispondono più ci tocca profondamente, uno per uno, perché nessuno può fare a meno degli altri: l'identità di ciascuno è il frutto delle relazioni nate e coltivate con i suoi simili.
La ferita provocata da questo silenzio è tanto più profonda quanto più la persona che non risponde era a noi vicina per mentalità, per cultura, per umanità, per attività, in una parola per spirito di amicizia.
È purtroppo il caso di Enzo Fragalà, notissimo avvocato di origine catanese, ma palermitano d'adozione, ammazzato a bastonate mentre usciva dal suo studio situato in pieno centro di fronte al Palazzo di Giustizia. Il barbaro omicidio - al di là del dolore che provoca in chi conobbe e ebbe Fragalà per amico - induce tuttavia ad alcune brevi riflessioni che vanno al di là del sentimento personale.
Innanzitutto, l'assassino si è mostrato in tutta la sua vigliaccheria, colpendo ripetutamente alla nuca e di spalle, senza dare la minima possibilità di difesa alla vittima designata ed anzi spezzandole una gamba allorché fece per rialzarsi: probabilmente temeva che, affrontata a viso aperto, l'impresa non sarebbe riuscita. Bisognava poi che l'omicidio venisse consumato in modo particolarmente cruento e feroce: non dunque un banale colpo di pistola o di coltello; ma, al contrario, plurime bastonate al capo, in modo che l'effetto lesivo fosse devastante, ma che, nello stesso tempo, la vittima potesse percepire l'orrenda e crescente crudeltà della morte cui era stata destinata.
La netta sensazione è dunque che ben al di là di un singolo atto di violenza o di vendetta nei confronti di Enzo Fragalà - uomo buono e generoso ed avvocato bravissimo e limpido - lo scopo fosse anche altro: e precisamente quello di intimidire una intera classe forense. Infatti, le caratteristiche dell'aggressione, la premeditazione con cui è stata preparata, la crudeltà in cui si è estrinsecata, fanno ritenere si sia trattato di un atto di straordinaria violenza ed efferatezza con doppio destinatario: da un lato, il povero Enzo Fragalà, dall'altro, il resto della classe forense. Non è peraltro difficile immaginarne le motivazioni.
Enzo Fragalà ha infatti rappresentato per decenni - non solo a Palermo - il ruolo dell'avvocato quale professionista autenticamente libero, in quanto soggetto soltanto alla propria coscienza.
Intendo dire che egli esercitò la professione sempre con spirito genuino e libero da ogni condizionamento o influenza che non fosse la linearità del diritto e il principio di giustizia che deve guidare l'attività del difensore.
Identica conclusione per quanto riguarda la sua non breve attività politica nelle file di Alleanza nazionale e, poi, del Pdl: una battaglia politica appassionata, ma sempre portata avanti con lucida trasparenza e coerenza, tali da suscitare anche l'ammirazione degli avversari.
Ecco dunque ciò che dava molto fastidio a qualcuno dei più abietti: infatti costoro preferirebbero un modello di avvocato disciplinato, eterodiretto da interessi inconfessabili, in una parola, un avvocato asservito a dimensioni estranee alla propria coscienza professionale.
Ciò che insomma Enzo Fragalà non era e mai avrebbe potuto essere e forse per questo andava eliminato, anche allo scopo di dare un segnale a tutti gli altri.